In uno dei film in programma qui al 78° Festival di Cannes alla Quinzaine (Peak Everything) il protagonista soffre di eco-ansia, cioè di uno stato depressivo legato alla situazione degenerativa del clima. Nel film che ha aperto la stessa sezione, Enzo di Robin Campillo (con Pierfrancesco Favino), il giovane al centro della storia è sconcertato dalla vita che fa la sua famiglia – una famiglia ricca, alto-borghese – mentre il mondo va a rotoli, e decide di mollare gli studi cercando la sua strada altrove.
Poi naturalmente c’è Eddington, il western al tempo del Covid di Ari Aster, che sembra un prequel di Civil War di Alex Garland e mette in scena la violenta disgregazione sociale dell’America esplosa in quegli anni e tutt’ora più che mai in corso. E potremmo andare avanti, dallo sguardo frontale sui totalitarismi di Lotznitsa (Two Prosecutors) ai migranti che affogano in mare o vengono sequestrati per strada dalle forze dell’ordine in Promised Sky, il film tunisino che ha aperto il Certain Regard.
Quello che accomuna questi film, che terminano sempre con finali sospesi o apertamente sfiduciati, è la messa in scena non semplicemente di una congiuntura storica, ma di un sentimento generazionale, apocalittico, un buco nero che pare inghiottire tutti i personaggi, tutte le storie, tutti i destini, e in qualche modo il Festival stesso e quelli che sono qui sulla Croisette, cercando di interpretare il presente attraverso il filtro del nuovo cinema.
Questo sentimento hai il suo epicentro in Sirat, il film di Oliver Laxe che racconta la storia di un padre e di un figlio che vagano con la loro monovolume per i deserti africani alla ricerca della sorella ventenne, che da cinque mesi è sparita e potrebbe trovarsi da quelle parti. Lo fanno al seguito di un gruppo di “ravers”, dei ragazzi che girano con dei camper corazzati per resistere a condizioni ambientali estreme, portando con sé enormi e un po’ fatiscenti sistemi di amplificazione.
Sirat coniuga il sentimento di languido annichilimento e fuga dalla Storia di Un tè nel deserto (ambientato nel 1947, poco dopo la fine della Seconda Guerra mondiale), con la messa in scena poderosa di Mad Max: impossibile, vedendo quei camion-abitazione che vagano tra le dune con la musica a palla, non pensare al cinema di George Miller, ma la “vitalità delle macchine” qui è ingannevole. Dalla radio arrivano brandelli di dispacci sul collasso della situazione internazionale e convogli militari appaiono nel deserto come miraggi. “È così che si presenta allora la fine del mondo“ si domanda sconsolato uno dei personaggi.
Per questo forse il paragone più sensato è con The Road, film e romanzo, pur senza la moralità assertiva di Cormac McCarthy: Sirat mette in scena lo stordimento attivato dalla fine della civilizzazione, immaginando un nuovo patto sociale tra reietti, emarginati, non integrati o (fisicamente) disintegrati. Produce immagini e suoni (il rombo della musica tecno nel silenzio del sabbia e delle rocce) che interrogano il nostro subconscio e, disinteressato a una riflessione politica organizzata o allo sviluppo di un racconto, tiene fisso lo sguardo sulla strada. E sembra a tutti gli effetti la soluzione finale per il cinema del presente.
Potete trovare QUI tutti gli articoli e le recensioni dal 78° Festival di Cannes
© RIPRODUZIONE RISERVATA