Daniele Parisi in L'ospite di Duccio Chiarini, con Silvia D'Amico e Thony
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Intanto questo: L’ospite di Duccio Chiarini dimostra che il luogo comune del cinema italiano che non riesce a uscire da cucina, soggiorno e due camere da letto, è appunto un luogo comune, o per lo meno un non luogo a procedere. Anzi: se c’è un immaginario che ha bisogno di essere ripensato, riqualificato e restituito al nostro tempo, è proprio l’appartamento piccolo borghese, teatro di un benessere consunto dall’uso, di nevrosi minime, interpretate da coppie più o meno arrivate, comunque mai stabili.

Qui, ecco, si parla di quasi-quarantenni, e il recensore è condannato all’immedesimazione (siete avvertiti): pagano l’affitto, hanno compagni e lavori accettabili, a volte figli, sempre genitori, ma comunque l’orizzonte di altre ambizioni, l’obbligo dell’incertezza, dell’opportunità ulteriore. Tutti tranne Guido (Daniele Parisi, l’avete visto in Orecchie), che assiste al sistematico smottamento delle proprie sicurezze dal divano su cui gli amici, non meno incasinati di lui, non meno ambigui, via via lo ospitano. Lui è un assistente universitario, vorrebbe un figlio dalla compagna Chiara (Silvia D’Amico), e invece si ritrova fuori dalla porta del loro appartamento in affitto: c’è di mezzo un’opportunità di lavoro all’estero, una grossa scelta da fare, e forse la fine di un’amore, lei che ha bisogno di tempo.

Poco altro da raccontare, il teorema è la coppia, il corollario è il confronto generazionale, che si specchia nella mamma e nel papà di Guido, nella loro stanchissima, irrinunciabile routine. Pensate a Muccino e poi esattamente al contrario del suo cinema: genitori indefinitamente aggrappati alle proprie abitudini, figli comunque in cerca di qualcosa, nessun equilibrio che funzioni – o forse a loro modo tutti – ma nessuna tragedia. Si parla il giusto minimo, e sempre per dire la cosa più naturale, la più appropriata, come un eco di vita affrontata. Questo soprattutto colpisce della sceneggiatura (di Chiarini, Roan Johnson, Davide Lantieri, Marco Pettenello), che non c’è nessuna inutile virata nel dramma – perché il dramma esiste in proprio, non ha bisogno di spinte – nessuna concessione alla cattiveria letteraria, un rifiuto del tragico in favore di un realismo gentile, divertito, comprensibile.

Ogni abbraccio di L’ospite, ogni separazione, ogni incontro, trova la strada del cuore: ottima scrittura, ottima recitazione, consapevolezza di chi inventa e di chi porta in scena. Se esiste una via nuova al cinema indipendente italiano, dovrebbe restare questa, un passo avanti dopo Piuma di Roan Johnson, che già ci provava. Se esiste un’idea di scuola che può fregarsene della nostra disperata attitudine alla mascherata borghese, al melodramma sbracato, alla retorica dell’urlo, è questa qui.

E poi, ragazzi, c’è una scena con un pezzo inedito di Brunori Sas e quella meraviglia di Thony a ripescarti il cuore quando ormai ti era finito giù in gola: due dita di pelle d’oca e otto in pagella garantito.

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