the suicide squad recensione
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“Suicide Squad è morto, viva The Suicide Squad”. L’ultimo azzardo della DC Comics dopo anni di insuccessi per il proprio universo cinematografico (a livello di sentiment del pubblico) è quello di sfruttare il regalo della Marvel e affidarsi completamente al genio visionario di James Gunn: una scelta che ha pagato in pieno.

Per spiegare le origini di questo pazzo, pazzo cinecomic occorrono una serie di flashback. 2014, esce Guardiani della Galassia e per l’MCU è la svolta: dopo alcuni film sottotono della Fase 2, la Marvel smette di prendersi troppo sul serio e lo fa grazie ad un regista che sta ai fumetti come Quentin Tarantino al cinema. La sua vena ironica – proseguita pochi anni dopo da Taika Waititi, non a caso presente in questo The Suicide Squad con una piccola parte – diventa lo standard dell’universo cinematografico Marvel.

L’idea di James Gunn piace così tanto che la Warner rivoluziona in corso il suo Suicide Squad, in uscita nel 2016 dopo lo snyderiano Batman v Superman. Il film di David Ayer viene in parte rigirato per renderlo “più divertente” e il risultato è un ibrido che stecca su tutta la linea. L’anno dopo, arriva il regalo della Marvel, che licenzia James Gunn per una serie di controversi tweet. La concorrenza sfrutta l’occasione e convince James Gunn a saltare la barricata: lui accetta, spinto dalla promessa di totale libertà creativa e un parco giochi di personaggi dei fumetti a sua disposizione. Fine dei flashback, ritorno al presente.

In queste premesse sta il successo di The Suicide Squad, un film che è espressione artistica diretta dal suo sceneggiatore e regista. La trama riprende in toto quella del fallimentare tentativo del 2016: un gruppo di criminali viene reclutato dalla spietata Amanda Waller (Viola Davis) per condurre una missione pericolosa, durante la quale dimostrano di non essere poi così cattivi. A dargli una direzione chiara e netta ora c’è tutta l’idea di cinema di puro divertimento di James Gunn, la sua ironia dissacrante e un assoluto rispetto e amore per il materiale di partenza.

Il gruppo di cui fanno parte Bloodsport (Idris Elba), Peacemaker (John Cena) e Harley Quinn (Margot Robbie, trait d’union del DC Extended Universe) è strampalato, un freak show in cui tuttavia ognuno riesce a ritagliarsi lo spazio per una backstory emozionante che controbilancia un look o dei poteri assolutamente ridicoli; l’emblema di questa poetica pirandelliana è il Polka-Dot Man di David Dastmalchian, ma il pubblico impazzirà anche per i ben meno complessi e complessati King Shark (Sylvester Stallone) e Sebastian, il tenerissimo topolino di Ratcatcher II (Daniela Melchior).

James Gunn prende tutte queste figurine a disposizione e li inserisce in una cornice che ha richiami evidenti – per sua stessa ammissione – a film come Quella sporca dozzina e Dove osano le aquile. Il genere di riferimento è il war movie, declinato secondo il gusto post-moderno del suo appassionato regista, che sfrutta di nuovo una colonna sonora zeppa di nostalgici successi ed una violenza estrema ben oltre lo splatter per tenere (quasi) sempre alto il tasso di follia. 

The Suicide Squad è quindi il trionfo di James Gunn, che libero dai vincoli narrativi e di target imposti dalla Marvel può dimostrare tutto il suo amore per i personaggi, senza avere però alcun obbligo nei loro confronti. Così, il regista che ritiene i recenti cinecomic noiosi e stupidi è riuscito a realizzarne uno estremamente funk, nel senso di autentico e davvero libero da inibizioni. Per qualcuno sarà eccessivamente gore, per altri sarà una ventata di novità rispetto allo standard. Nel bene e nel male, per definire The Suicide Squad serviranno davvero solo un nome ed un cognome.

Foto: Warner Bros.

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