Nel lontano 2002 approdava nei cinema di tutto il mondo l’adattamento cinematografico del famosissimo Resident Evil, videogioco survivor horror ormai formato da ben sei capitoli principali (il sesto uscirà ad ottobre su tutte le console casalinghe) e vari spin-off atti ad implementare l’esperienza di gioco. Il regista scelto per tale adattamento fu Paul W.S. Anderson, conosciuto allora soprattutto per aver diretto un’altra pellicola tratta da un videogioco, Mortal Kombat, che si rivelò essere un successo al botteghino internazionale.
Anderson decise di “ispirarsi” alla serie videoludica di Resident Evil, e non di “basarsi” su tale filone narrativo. Il risultato fu un film che pur trattando una storia conosciuta da molti riuscì in parte a sorprendere, unendo elementi essenziali del gioco a novità narrative proprie del film, introdotte appositamente per discostarsi in modo graduale dalla trama del videogame. Funzionò alla grande. Il film ebbe successo, innalzò Milla Jovovich ad eroina del genere Action-horror ed Anderson trovò l’amore proprio nell’eroina da lui creata. Sequel!

Con Resident Evil: Apocalypse le carte in gioco non cambiarono. Perché cambiarle? Il primo capitolo è stato accolto molto positivamente ed è ampiamente piaciuto. Non avrebbe avuto senso stravolgere la narrazione e una struttura ormai impostata in un determinato modo, soprattutto dopo il bel finale del primo film, che faceva presagire una continuum narrativo con il plausibile sequel. Ottima intuizione Anderson!
Fu esteso il campo d’azione dall’Alveare (laboratorio sotterraneo dove nacque il T-Virus) all’intera città di Raccoon city, la città dove ha sede la strutttra principale dell’Umbrella Corporation, causa di tutti i mali. La continuità con il precedente capitolo non venne stravolta, ma anzi mantenuta e anche in modo eccellente, e vennero introdotte altre perticolarità prese dal videogioco (Nemesis, la S.T.A.R.S, Jill Valentine ecc.) e ancora di più miscelate con nuovi elementi per incrementare un trama che, ahimé, dal terzo capitolo in poi andò alla deriva. Apocalypse ebbe ancora il successo sperato e…non c’è due senza tre giusto?

In Resident Evil: Extinction, è proprio il caso di dirlo, tutto ciò che di bello, interessante e accattivante c’era nella versione cinematografica di Resident Evil si “estinse” completamente, lasciando spazio ad un’arido script, povero di spunti videoludici, comunque importanti, e ricco di trovate orrende e scene d’azione pressanti, il tutto introdotto perché “il terzo film si deve fare, punto!”, non pensando alla delusione che ciò avrebbe portato nei cuori di chi i due film precedenti li aveva amati. Solo due le cose interessanti della terza pellicola: l’introduzione di Albert Wasker, intrigante e perfido presidente dell’Umbrella Corp. nel film (eh?!), e di Claire Redfield, importante personaggio dei vidoegames (ma anche Wesker) e sorella del più famoso Chris.
Il resto è facilmente dimenticabile e anzi infastidisce vedere rovinarsi da solo un franchise che poteva regalare ancora tanto. Eppure il film ebbe ancora successo, e l’ancor peggiore quarto capitolo era alle porte.

Le cose non vanno mai tirate troppo per le lunghe, si rischia di perdere l’effetto novità, di lasciarsi le idee per strada e di rovinare paurosamente al suolo facendo un tonfo colossale. Questa la sorte che, ad onor del vero, sarebbe dovuta toccare alla saga di Resident Evil dopo il pessimo terzo capitolo. E invece no.
Resident Evil: Afterlife vide la luce nell’Agosto 2010, portando con se una “grande” novità per il franchise: il 3D.
Afterlife fu la prima pellicola ad essere girata con la stessa tecnologia usata da Cameron per Avatar, il che naturalmente era un punto in più a favore del film, dato che sino a quel momento nessun altro film era riuscito ad eguagliare la perfezione del 3D raggiunta dal blockbusterone iper-tecnologico del “re Mida del cinema”. In effetti il riusltato, sotto questo specifico punto di vista, non fu affatto male: le scene d’azione bad ass unite alla tecnologia 3D avevano il loro perché. Fin qui tutto bene…ma il resto?
La trama, ormai discostatasi troppo dall’originale e troppo “piena” di troppe cose (scusate la ridondanza), naturalmente cadde in secondo piano, e il film si rivelò essere ancor più pessimo del precedente.
Niente di bello all’orizzone, personaggi importanti nel gioco introdotti solo per fare scena e ridotti a pupazzetti agli ordini di Alice (vedi Chris Redfield) e imprecisioni sparse qua e là. Qualitativamente alla pari con il terzo capitolo di Alien.
Purtroppo, se un saga cinematografica “piace” al grande pubblico e quindi incassa, la parola fine si allontanerà sempre di più, facendo avvicinare invece la parola sequel.

E così, arriviamo ad oggi.
Il 2012 è l’anno dell’uscita nelle sale di Resident Evil: Retribution (sarebbe il caso di aprire anche una parentesi su chi sceglie i titoli , ma ve la risparmio).
Siamo al quinto capitolo della saga cinematografica di Resident Evil, e Anderson ancora non si è stufato di far risvegliare Alice mezza nuda in una sala luminosa e con il simbolo dell’Umbrella in bella vista. Questo dovrebbe dirla lunga su quanto non si abbia più la minima idea su come mandare avanti la serie. Ma procediamo con ordine.
Retribution riprende esattamente da dove Afterlife si era fermato, con Alice pronta ad affrontare un’intera armata dell’Umbrella su di una nave “laboratorio” della stessa perfida muiltinazionale. I titoli di testa sono obbiettivamente molto belli, girati al rallenty e facendo scorrere a ritroso la scena dello scontro tra la nostra eroina e i cattivi di turno. Sappiatelo: questa è la scena più bella dei film tra il terzo e il quinto capitolo.
Successivamente, come già detto, Alice si risveglia mezza nuda in una sala luminosa e con il simbolo dell’Umbrella in bella vista, e viene torturata acusticamente da Jill Valentine, ormai sotto il controllo della “corporazione ombrello” per mezzo di un semi-prassita tecnologico impiantato esternamente nella gabbia toracica, il che è un’ottima scusa per far vedere tutto il tempo la meravigliosa scollatura di Sienna Guillory. Comunque, improvvisamente qualcuno disattiva il sistema di controllo della base dell’Umbrella e Alice riesce a fuggire….il resto non voglio rovinarvelo.
Mi limiterò a sottolineare come questo quinto capitolo sia estremamente e paurosamente scritto e interpretato male. Gli spunti videoludici, dato che non si sapeva più dove attingere, oltre all’introduzione di Leon (interpretato da un pessimo attore di non so che nazione) e Ada Wong (orrenda) a dir poco inutili, si limitano ad essere gli stessi dei capitoli precendeti, senza tante storie.
E poi, vogliamo parlare del 3D? le uniche scene dove sembra abbastanza marcato sono quelle in cui Alice (e solo lei!) tira qualcosa contro qualcuno, che siano proiettili o asce, rigorosamente al rallentatore. Spreco di soldi, sia per la produzione che per chi lo deve o vuole andare a vedere in tre dimensioni.
E ancora: noterete che nel film sarà presente una bambina, spacciata per muta e capace di comunicare solo con il linguaggio dei segni, ma con un’espediente ridicolo (“la maestra vuole che parli anche mentre fai i segni”) costretta a vocalizzare i gesti…e la cosa più assurda è che la fanno dialogare benissimo mentre gesticola, senza segni di difficoltà nel farlo.
Insensato, corto (dura neanche un’ora e mezza) e pessimo sotto quasi tutti i punti di vista, le uniche cose che si salvano sono le scene d’azione lunghe e ben strutturate (quasi magistrale quella nel corridoio di luce).

In conclusione, la saga di Resident Evil ha avuto un’inizio molto promettente, con un mix di novità e spunti videoludici resi interessanti da un trama che comunque, inizialmente, sembrava convincente. Dopo il catastrofico terzo capitolo la serie non si è più ripresa, soffrendo molto di mancanza di idee e di una buona regia, sfociando infine in questo ultimo capitolo che fa veramente male agli occhi, se non per due belle scene d’azione e la scollatura di Jill Valentine.
A questo punto una domanda: a quanto la parola fine? ai posteri l’ardua sentenza.

Voto: 5

Luca Ceccotti

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