Yes, it’s “A Star Wars Story”.
Non ero convinta di voler vedere questo film, diffido degli spin-off, ma devo dire di essermi dovuta ricredere. Rogue One stupisce positivamente molto più di quanto abbia fatto l’episodio VII dello scorso dicembre. Astenersi i puristi perditempo che criticano a prescindere tutto ciò che esula dagli episodi IV, V e VI dallo scontatissimo commento “non ci voleva molto”; non vi si regge.
La trilogia originale rimarrà sempre impareggiabile, un po’ per affetto un po’ proprio perché… Beh, è originale. Ma se “il risveglio della forza” ha avuto la grossa pecca di essere un po’ una minestra riscaldata, Rogue One ha invece il grosso pregio di essere una storia nuova. I fatti sono subito precedenti a quelli narrati nell’episodio IV, in particolare, si tratta della missione attraverso la quale i ribelli sono riusciti a entrare in possesso dei piani della morte nera. Non rappresenta tuttavia un ponte tra gli episodi III e IV, come molti si aspetterebbero, ma una storia collaterale, un tassello del puzzle. Ambientazioni, costumi, capelli, tutto torna in linea con i film degli anni 80, con i quali così si riagganciano perfettamente.
Rogue One ha le battaglie aeree, ha una storia da raccontare e dei personaggi validi. La Jyn di Felicity Jones non è un mostro di simpatia, eppure a me è piaciuta. E’ la tipica donna di Star Wars, grintosa, una combattente, non una principessa in rosa che sfoglia margherite in attesa di essere salvata, ma non per questo meno donna, meno bisognosa del “suo” uomo che però, a sua volta, ha bisogno di lei, in una reciprocità di rapporto che è finalmente biunivoca e reale. Diego Luna è Cassian, un personaggio che vuole essere un po’ lo Han Solo della situazione, il fuorilegge buono, ma più tormentato e meno scanzonato. Non ha il carisma di Harrison Ford ma, nella sua interpretazione, sa dare carattere al suo personaggio e a renderlo perfino sexy, senza essere nato Brad Pitt. Per ogni missione valida ci vuole una squadra degna di essere chiamata tale e i personaggi di Chirrut, Baze e Rook svolgono egregiamente il loro compito, insieme all’immancabile robot della situazione, qui K-2SO, a cui viene affidato quello che è il tipico ruolo del caratterista dei film americani e che alleggerisce i toni con una nota ironica. Concedetemi, a tal proposito, di ringraziare il meraviglioso doppiaggio del mio maestro Christian Iansante, alla faccia di chi critica sempre i nostri professionisti. No non mi ha pagata, non avete presente il tipo!
Non mancano cammei e riferimenti ai film precedenti, alcuni piacevoli come l’apparizione di un Darth Vader in tutta la sua meravigliosa cattiveria, altri alquanto superflui e di palese contentino per la massa popolare dei fan, ma che comunque si possono perdonare, perché tanto nell’effetto nostalgia ci cadiamo un po’ tutti. Io ancora piango se penso all’apparizione del Falcon nell’episodio VII.
Se si può fare un vero rimprovero al film di Edwards, è quello di aver privato Star Wars dell’alone di mistero che lo caratterizza, di quelle domande senza risposta che sono l’elemento che ci porterà tutti, soddisfatti o meno, al cinema per vedere l’episodio VIII. Chi è Rey e quale è il suo legame con Luke Skywalker? Perché Kylo Ren fa le bizze? Cosa esattamente ha separato Leia e Han? Poi ci sono anche quegli interrogativi che risposta non avranno mai, tipo come due gnocchi galattici abbiano fatto a concepire un figlio tanto bruttino (si può dire o non sono politically correct?), ma questa è un’altra storia. Il punto è che invece in Rogue One viene spiegato tutto, a volte in maniera quasi didascalica. Se non c’è un flashback c’è qualcuno che narra, che spiega, privando lo spettatore dell’attesa, della curiosità.
Tirando le fila onde evitare un papiro illeggibile, Rogue One non è un capolavoro, non ha mai preteso di esserlo, ma è a tutti gli effetti un buon film. Vuoi la mancanza di aspettative, a me è piaciuto molto. Niente aggiunge e niente toglie; un po’ si distacca ma niente tradisce. Volendo quantificare, direi almeno almeno un 7 e mezzo.

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