“There’s a lie that all drivers tell themselves. Death is something that happens to other people, and that’s how you find the courage to get in the car in the first place. The closer you are to death the more alive you feel. But more powerful than fear itself, is the will to win.”

La relazione fra sport e cinema è un love affair complicato e altalenante: amanti del grande spettacolo e dei colpi di scena, delle storie di uomini testardi e caparbi pronti a battersi fino alla fine per raggiungere il loro obiettivo e avere la meglio su un degno avversario, rinvigoriti dall’urlo della folla in delirio e dalla devozione di innumerevoli fan i colossi dell’intrattenimento comunicano col pubblico seguendo regole non particolarmente distanti, eppure non sempre i due sono in grado di trovare la formula vincente per unire le forze, investendo in un lungometraggio di finzione che sappia rendere l’agone sportivo elettrizzante ben al di là dei circoli degli appassionati o degli esperti del settore.

Proprio una formula ( il gioco di parole era dovuto) ha permesso a Ron Howard, regista altalenante che alterna in modo imprevedibile pallidi Blockbuster a piccoli capolavori degni di tutta la nostra attenzione, di realizzare uno dei migliori titoli della sua attuale filmografia.
Dedicato al mondo poco mainstream della Formula 1 e alla storica rivalità fra i piloti Niki Lauda e James Hunt, Rush è la dimostrazione di come il caro Richie Cunningham non abbia affatto dimenticato l’eccellente lavoro svolto con il suo precedente Frost/Nixon, scegliendo di servirsi nuovamente della penna di Peter Morgan(Frost/Nixon, The Queen, The Damned United) per raccontare ancora gli anni 70 e un duello senza esclusione di colpi fra due grandi uomini.

Non è la prima volta che Howard usa lo sport e le sue contraddizioni come diversivo per rivelare la straordinaria umanità celata dalla maschera del mito, ma se Cinderella Man era un melodramma dalla confezione estremamente classica dove la Boxe era soltanto una funzionale cornice all’eroica parabola di riscatto del suo protagonista, Rush prosciuga la retorica in favore di una messa in scena dinamica e adrenalitica che mette le rombanti auto da corsa al centro dell’azione, senza mai dimenticare il rispetto e la devozione assoluta nei confronti di personaggi che non avrebbero potuto essere più solidi e archetipici: mostrare l’intero svolgimento delle corse non è importante ( nella maggior parte dei casi la questione è liquidata in fretta con scritte in sovraimpressione), ma quando la camera si insinua fin dentro i motori delle monoposto e ci restituisce la frenetica prospettiva del pilota mentre sfrecciano sul circuito falciando i fili d’erba e macinando l’asfalto al loro passaggio, l’ebbrezza del momento è palpabile persino per chi non ha mai avuto alcuna empatia con la Formula 1.

Le spettacolari riprese ipercinetiche trovano una complice accondiscendente non solo nella fotografia di Anthony Dod Mantle(premio Oscar per The Millionaire), sporca e smorzata quanto basta per immergere la messa in scena in una malinconica atmosfera vintage, ma anche nella colonna sonora del sempre produttivo Hans Zimmer: a chi conosce bene l’autore delle musiche di Inception e di molti altri indimenticabili lavori non sfuggirà una certa ripetitività di schemi nelle sonorità scelte, ma sentire i suoi leggendari tamburi fondersi per l’occasione a una scatenata e grintosa venatura rock è in ogni caso un’opportunità da non perdere.

Agli antipodi per carattere e temperamento ma entrambi impazienti di imbrogliare la morte per sentirsi veramente vivi, i nostri bizzarri e dozzinali cavalieri su quattro ruote sembrano nati per scontrarsi l’uno contro l’altro: biondo, bello e dannato, James Hunt è il classico ribelle tutto sesso droga e Rock ‘nd Roll, deciso a godersi la vita fino all’ultima goccia perché non si mai quando il brivido della corsa potrebbe domandare il suo prezzo; razionale, meticoloso e calcolatore, Nicki Lauda è il pilota professionista attento ad ogni singolo dettaglio e desideroso di vincere tanto quanto il suo avversario, con la differenza che mettere a repentaglio un’intera esistenza può essere accettabile solo entro una limitata, per quanto drammatica, percentuale di rischio del 20%: due volti della stessa medaglia, complementari e quasi desiderosi di rubare qualcosa dello spirito dell’altro, sostenuti da due dame(la brava Alexandra Maria Lara e la bella Olivia Wilde) che non riescono ad affermarsi come personaggi a tutto tondo perchè inevitabilmente compresse dalle personalità troppo imponenti dei rispettivi compagni.

Nei panni di James Hunt, Chris Hemsworth sembra dominare gran parte del film grazie a un personaggio simpaticamente intemperante e irresistibile, ma pur lavorando su un carattere all’apparenza meno prorompente e più controllato il suo miglior nemico Daniel Bruhl riesce a sorpassarlo e a conquistare il podio, grazie a una performance talmente mimetica e determinata da rubare facilmente la scena e la stessa anima della pellicola: la luce, quella stessa luce che ha dato a due ragazzini mai cresciuti l’opportunità di inseguire il loro sogno e che adesso cerca di catturare al di là del casco l’immagine di un ultimo prezioso istante si accende negli occhi di entrambi, ma la contraddittoria e umanissima parabola di Lauda rimane imbattibile.

Gli schemi del biopic vengono seguiti rigorosamente(Com’è del resto abitudine del cinema di Ron Howard), lo script cede spesso alla tentazione di prendere per mano lo spettatore cercando di spiegargli il più possibile anche quando non necessario e non mancano alcuni tristi stereotipi su un’Italia tutta pizza e mandolino( alla scena dei chiassosi meridionali in Trentino qui volevamo semplicemente sparire sotto la poltrona), ma anche la più rovinosa scivolata sull’asfalto può essere comunque perdonata: eravamo entrati in sala per assistere a un bello spettacolo, abbiamo trovato un’emozionante avventura al cardiopalma di sport e sregolatezza, di quelle che si scrivono con l’inchiostro indelebile della storia e si tramandano con passione di padre in figlio e non potremmo essere più soddisfatti.

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