Un esordio furbo, questo d’Edoardo Falcone, coi suoi personaggi bozzettistici, non macchiette bensì semplice contorno ai due mattatori, o meglio: a Giallini che da solo regge l’intero film, e al figlio del Mattatore, che ha il ruolo sceneggiato col maggior tasso della suddetta furbizia. Un sacerdote piacione alla papa Francesco, ch’ammalia i laici mostrandosi com’amico nella solidarietà umanament’orizzontale, ma che pone in second’ordine o persino dietro le quinte il rapporto verticale del suo teismo. Don Pietro non viene mai visto pregare e tantomeno indurr’a pregare tranne il “Padre Nostro” nell’unica scena dove lo si coglie nell’esercizio della funzione liturgica. Tolta quella scena, Gassmann avrebbe potuto recitare un qualsias’altro ruolo d’assistente sociale spogliato del sovrappiù religioso. Commuove la pre-conclusione: il prete in prognosi riservata e sott’i ferri, il cardiochirurgo che corre prim’a pulir’il pavimento della chiesa e poi nel luogo all’aperto sospeso fuori dal mondo. Sarebbe stato un bell’epilogo: apertissimo, pieno di dubbi, domand’a iosa e nessuna risposta. Invece Falcone rilancia nella furbata: mentre scorrono i titoli di coda, Giallini comincia a girovagare sorridente com’avesse trovato chissà quale consolatoria quadratura del cerchio. Beffati forse da una commedia (all’)italiana con meno pregi di quanti vuol far credere, però almen’il regista è abile nel nascondere l’evidenza da brav’illusionista.

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