Sono una fan della serie, dunque non pretenderò di essere la critica più obbiettiva e ragionevole tantomeno chiuderò gli occhi e fingerò che Shadowhunters: Città di Ossa sia un capolavoro.

Il film si apre davanti all’ordinaria vita di Clary Fray contornata da sua madre, Luke e il migliore amico Simon. Proprio come nel libro, il film raffigura inizialmente la normale vita di una teenager alle prese con una madre apprensiva – con motivi ben diversi – e un amico sempre al suo fianco.

Lily Collins e Lena Headey giocano bene insieme sullo schermo, sono piacevoli perché entrambe sono a loro agio con i personaggi. Quando Simon Lewis – un adorabile Robert Sheehan – entra in scena ne diventa l’assoluto protagonista. Le risate e l’ironia del film sono tutte dovute a lui che il più volte ruba la scena anche agli altri protagonisti.

Il film prosegue fino al Pandemonium, con il grande fascino dell’interessante demone dai capelli blu. In scena entrano loro, gli Shadowhunters, capeggiati da un ammaliante Isabelle. Jemima West conquista lo schermo nella maggior parte dei suoi primi piani, lasciando poco spazio per pensare a suo fratello Alec. Che Kevin Zegers sia un ottimo attore non lo mettiamo in dubbio, ma esteticamente parlando non funziona per lo schermo. Non è forse troppo evidente che si avvicina alla trentina? Non possiamo giudicare per così poco spazio nel film.

Colpa forse dei costumi, probabilmente, che non hanno giovato ad un aspetto giovanile ed elegante, come Cassandra descrive il giovane Lightwood.

Dal quel momento la storia si agita con un ritmo più frenetico: Clary scopre il vero mondo a cui appartiene. Tra corse e combattimenti il film comincia a evidenziare le sue differenze dal libro: niente Church, Hugin o Presidente Miao, niente Raphael. Eppure non è questo ciò che fa davvero storcere il naso. Alcuni cambiamenti, scelte del regista a quanto pare, non hanno né capo né coda. Insomma, di stupidaggini ne hanno fatte.

L’apice dell’intrattenimento arriva con la scena all’Hotel Dumort dove, sotto le note di Into The Liar di Zedd scoppia una vera e propria scena adrenalinica, forse una delle più belle del film. E Aidan Turner ha reso il personaggio di Luke perfettamente, affiancato da un branco di licantropi che, seppure per poco tempo, hanno reso più allegro il grande schermo.

Il Magnus Bane di Godfrey Gao è bello, ma non stravagante e sopra le righe come dovrebbe.

Per quanto riguarda l’aspetto romantico, Lily e Jamie forse non bucano completamente lo schermo insieme, ma intenerisce e attrae l’idea di quello che potrebbe nascere tra i personaggi. In alcune scene Jamie Campbell Bower ha dimostrata grande abilità nei panni di Jace (in particolare durante la scena con Clary e Simon dopo la serra. “Sminuisci così in fretta il nostro amore?”) e dunque credo che possa solo migliorare.

Lily Collins è stata anche per me, come per molti, una piacevole sorpresa. Nella sua interpretazione traspariva la disinvoltura di chi conosce il personaggio da un po’ e ci ha lavorato su. Non è stata la più in gamba, ma sicuramente è stata convincente e non irritante – come sarebbe potuta apparire nel caso in cui non fosse riuscita nel personaggio.

L’altra grande parte del film è l’entrata in scena del personaggio di Valentine. L’interpretazione di Jonathan Rhys Meyers è singolare. Si distacca dall’originale Valentine: l’uomo dallo sguardo severo e l’aspetto da duro è stato rimpiazzato da un uomo ambiguo, inquietante e psicopatico. Valentine funziona comunque nonostante le differenze, forse perché è lo stesso Jonathan ad essere così affascinante nel ruolo dello psicopatico, forse perché è semplicemente un attore di talento.

A essere sincera vorrei far notare che fino ad un anno fa il più grande problema della popolazione di fans erano proprio gli attori. Non sapranno farlo, dicevano. Al contrario, come ho già spiegato, penso che i problemi del film siano altri.

La scena finale tra Jace e Clary è quasi un riepilogo di ciò che è successo. Jace incoraggia Clary ad ammettere di non essere più una mondana ormai e sembra essere nata un’intima complicità tra i due protagonisti.

Alla fine, sì il film parte molto simile al libro per poi prendere delle decisioni che Harald Zwart dovrà saper far funzionare nei sequel. Ma in fin dei conti il film è molto piacevole, intrattiene e stupisce lo spettatore per poi rincorrere quei cliché che tutti sappiamo di adorare in fondo. E’ l’inizio frenetico e intrigante di una storia che potrebbe far impazzire molti, come lo hanno fatto già i libri. Mi sono divertita, innervosita per alcuni cambiamenti, ma sono anche curiosa di vedere cosa vuol combinare adesso Zwart, insieme alla sceneggiatrice Postigo e a Cassandra Clare.

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