Una volta il malfatto si celava nell’oscurità. Una volta c’erano le spie. Oggi i peggiori crimini vengono commessi alla luce del sole, tanto il mondo è narcotizzato da tablet elettronici e false promesse di gioventù eterna. La società civile odierna è stata scaraventata nel baratro di una crisi economica sena fondo, così da permettere ai loro creatori di preparare al meglio la prossima mossa. Sarà una guerra? Sarà una catastrofe ecologica? Sarà una carestia che arriverà fino alle roccheforti occidentali? Come si fa a riconoscere i James Moriarty che insozzano la razza umana? Chi si sente all’altezza e abbastanza al centro dell’universo per credere di poter sventare una costante minaccia planetaria? Ora come ora, nessuna soluzione mi pare più congeniale della follia.

Dopo aver cambiato per sempre l’immaginario del detective più famoso d’Inghilterra alla stregua di ciò che fece Gore Verbinski con i pirati (dicasi Jack Sparrow con Johnny Depp), Guy Ritchie dirige per la seconda volta l’affiatata coppia Downey Jr/Law in una nuova avventura di Sherlock Holmes e il suo fedele secondo John Watson. Questa volta in ballo non c’è il classico mistero Vittoriano. La partita a scacchi riguarda qualcosa di più. Lo spietato e intelligente James Moriarty (Jared Harris) altro non è che il più scaltro uomo d’affari, deciso a sconvolgere gli equilibri europei con una guerra mondiale pur d’incrementare a dismisura la propria ricchezza, sfruttando persino l’ingenuità idealista dei gruppi anarchici. Moriarty, impeccabile burattinaio senza scrupoli che tesse i fili di una trama fatta di continue vittime senza nome. Chi sono oggi i marionettisti? I vari presidenti Obama, Putin, Ahmadinejad, Hu Jintao? Sarebbe troppo facile. A distruggere l’umanità sono gl’insospettabili. Quelli che applaudiamo dall’alto delle loro capacità comunicative. Sono i tanti Yuri Orlov (Lord of war, 2005) che fanno il lavoro sporco invece dei loro mandanti che se ne restano prudentemente al caldo nelle proprie stanze di potere. Guy Ritchie (Snatch, RocknRolla) aveva un compito arduo. Dopo il diluvio di consensi ottenuto da pubblico e critica per “Sherlock Holmes” (2009), bissare il proprio successo con un secondo episodio solido, senza scadere nel modello blockbuster, non era facile. Il regista d’Oltremanica c’è riuscito. In “Sherlock Holmes – Gioco di ombre” (2011) l’ironia non manca mai. L’avventura nemmeno. Quel pizzico di sentimentalismo neppure. In mezzo ci ha messo una vera sceneggiatura. Una storia dove Holmes è il solito magnifico osservatore, e il cui legame con Watson è forse più solido del vincolo matrimoniale tra il medico e la sua dolce Mary (Kelly Reilly), lanciata fuori da un treno in corsa dallo stesso Sherlock pur di salvarle la vita, e ripescata dal fratello di lui, Mycroft Holmes (l’ex-Oscar Wilde, Stephen Fry). Come nell’enigmatico titolo del suo film, Ritchie forse non ci svela tutto. E non è necessariamente qualcosa di buono per il futuro dell’umanità. Sta a noi decidere se scegliere l’autocommiserazione e il pressapochismo, o andare oltre una mera analisi dei fatti. Vorrei potervi dire che so già come il tutto si concluderà. Ma almeno questa volta, il punto di domanda dopo la parola – fine – l’ho mimetizzato a dovere.

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