Non sarò breve nell’esprimere la mia argomentazione a sfavore del film di Guy Ritchie. Non m’hanno inorridito l’inesattezze storiche né l’utilizzo d’un personaggio classico della letteratura come canovaccio su cui innestare un action movie goticheggiante e ondivago tra mistery e fantasy. Sfruttare brand già esistenti è tipico di marketing e franchise, si sta proseguendo coi reboot dei vari Dracula, Ercole, i Titani, ecc., una simile strategia non nasce oggi, non finirà domani e di per sé non mi provoca particolari fastidi. Non tutti hanno capacità e voglia di creare dal nulla nuove figure leggendarie, dal Lucas di “Star Wars” allo Spielberg d'”Indiana Jones”, né è detto che ciò sia sempre necessario. Nello specifico, è vero che Holmes e Watson si discostano dalla caratterizzazione delineata da Doyle, ma il film traspone non uno dei sui libri o racconti, bensì la “graphic novel” scritta appositamente da Lionel Wigram, dunque il problema serio risiede nel valutare con quanta fedeltà Wigram e Ritchie abbiano preservato il nocciolo profondo dei due protagonisti creati dallo scrittore scozzese. Si tratta di quel nucleo cui Eco ha fornito un’univoca lettura col Guglielmo da Baskerville e l’aiutante Adso (quasi omofono di Watson) de “Il nome della rosa”, elevati a baluardi dell’illuminismo della ragione e dei processi induttivi/deduttivi/abduttivi peculiari dell’intelletto contro l’oscurantismo della religione. Penso che la pellicola in esame fallisca nel collocarsi senza tentennamenti all’interno di questo dualismo. La setta massonica capeggiata da Lord Blackwood ordisce omicidi propiziatori, organizza riti occulti tracimanti pentacoli, patti di sangue e citazioni dall’Apocalisse giovannea, progetta la morte dell’intero parlamento inglese restìo a piegarsi al potere della magia nera, e Holmes decifra l’architettura del piano seguendone la simbologia fino al minimo dettaglio (gl’omicidi secondo i vertici del grafico, secondo i 4 elementi presocratici e secondo la tradizione del tetramorfo originatasi 6mila anni fa, in corrispondenza delle costellazioni equinoziali e solstiziali dell’epoca, con le 4 parti del piede d’un leone, la coda d’un bue, le ali d’un’aquila e la testa d’un uomo presenti anche nella figura della Sfinge). “The fraternity who decidedly control the empire […] share[s] the belief with the kings, Pharaohs and emperors of old that the Sphinx was a door to another dimension. A gateway to immeasurable power. It’s made up of four parts. The foot of a lion, the tail of an ox, the wings of an eagle and the head of a man. In Sir Thomas’s secret chamber I found a bone of an ox, the tooth of a lion, the feather of an eagle and a hair of a man. […] Reardon, the ginger midget, represents man. […] Sir Thomas, master of the temple, wore the ox ring. […] Standish, the ambassador to America, where the eagle has been the national emblem for over a hundred years. […] So we have man, the ox, eagle, only the lion remaining. Right here. Parliament.” Well, inizio a obiettare: qualcuno dei produttori poteva pure imporre a regista e sceneggiatori che venisse fornito al pubblico ignaro della storia inglese uno straccio di spiegazione (dico: almeno uno straccio, una riga di script, non un trattato alla Nolan) sul nesso fra leone e parlamento (cioè sul legame fra Riccardo Cuor di Leone e il Palazzo di Westminster, con tanto di statua equestre a lui dedicata posta all’esterno dell’edificio). Poi e soprattutto: che senso ha smascherare i poteri di Blackwell com’espedienti della più alta scienza tecnologica, inclusa l’invenzione pre-marconiana d’un apparecchio radiocomunicante, quando costui ricorre realmente a uno schema esoretico per ottenere il proprio scopo, schema così arcano da non poter essere né un inganno o un tranello verso l’incolto popolino superstizioso, né un depistaggio per il detective il quale anzi lo cattura solo dopo averglielo decodificato? Ambiguità imperdonabile, poiché sintomo d’una rovinosa titubanza fra il mantenere Holmes (con o senza oppioidi) e Watson nell’alveo del pensiero creativo romanticisticamente chiaroscurale e viceversa l’apparentarli ai medievali adepti cicapisti d’Eco. E quando alla fine subentra Moriarty in una fugace anteprima, la querelle svanisce nel nulla. A me è sembrato che il film si ponesse delle velleità maggiori d’un blockbuster da cervello spento, però l’equivocità al centro del plot è da cervello schizoide. D’altronde lo stesso Conan Doyle fu un appassionato di spiritismo e (co)fondatore di due generi letterari, il giallo e il fantastico, mentre ideò Sherlock Holmes coi connotati d’un razionalista scettico avverso al paranormale. Incoerenze ottocentesche che sopravvivono ancora oggi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film