Sarà ricordata come un’edizione fortunata questa del Festival di Cannes, piena di cinema americano buono o straordinario, della seconda categoria fanno parte Mad Mad: Fury Road e Inside Out (fuori concorso), della prima Carol e ora Sicario di Denis Villeneuve (in concorso), presentato stamattina e accolto benissimo dalla stampa, dopo la delusione del film di Valerie Donzelli di ieri sera (Marguerite et Juliene).

È un crime-thriller ambientato a cavallo del confine messicano, segue la missione di una squadra speciale di paramilitari che deve smontare un grosso cartello delle droga; Josh Brolin coordina l’operazione, Benicio del Toro è un cane sciolto che fa il lavoro sporco, Emily Blunt un’agente della CIA mandata lì per dare una parvenza di istituzionalità ad azioni al limite della guerriglia.

In pratica, è una mattanza senza regole. Si fa irruzione in villette con le pareti letteralmente imbottite di cadaveri (nel senso che ci sono un centinaio di morti nascosti nelle intercapedini); corpi nudi, con gli arti mozzi o decapitati, pendono appesi alle tangenziali come quarti di bue; dall’altra parte gli americani stendono a fucilate i sospetti senza trattativa, in pieno giorno e in piena calca; se beccano un pesce piccolo – o scoprono una banca che ripulisce il denaro sporco – lasciano correre dopo aver preso quel che gli serve: l’unico obiettivo è arrivare in cima alla piramide del narcotraffico (Benicio ha la battuta migliore del film: “Ammazzare quell’uomo sarebbe come scoprire un vaccino”).

A prescindere da come va a finire, il film è girato come un horror, Juarez è una città dove ci sono solo cadaveri e assassini, puoi morire ovunque – autostrade, garage, semafori -, gli americani devono muoversi in carovana, blindati, e se ti fermi per un ingorgo forse sei fregato. Questo stato di cose, spesso sottinteso nei thriller sul narcotraffico, non è mai stato descritto tanto bene, perché Villeneuve racconta il territorio prima dei personaggi (la sequenza che introduce Juarez è lunghissima, clamorosa), il movimento prima delle collutazioni e delle sparatorie (c’è una scena notturna, all’aperto e poi in un tunnel, dove non si vede mai il nemico, solo uomini a terra e gli spostamenti dei soldati). Il che significa che l’azione c’è, ma è sempre un corollario, mai la ragione del film. E quando c’è, favorisce soluzioni di regia non banali.

In compenso la scrittura dei protagonisti è perfettamente di genere, con qualche buona punch line, e l’agente della CIA che passa il film a perdere l’innocenza, scoprendo il contesto assieme allo spettatore (“Questa è una terra di lupi, e tu non sei un lupo”). Non è un problema, ovviamente. Molto più interessante è la gestione dei tempi del racconto che fa Villeneuve (quello di La donna che canta, Prisoners ed Enemy), e la qualità dei comparti tecnici, la fotografia di Roger Deakins – che ve lo dico a fare – su tutti.

Mi piace: che sia girato come un horror. Ambientato in una città del Messico, dove si può diventare cadaveri da un momento all’altro.
Non mi piace: è un thriller dai tempi così dilatati che qualcuno potrebbe rimanere sorpreso.
Consigliato a chi: ai fan della prima ora di Villeneuve e a chi ha il desiderio di scoprire la regia mai banale di una delle firme più sorprendenti del panorama autoriale.

VOTO: 4/5

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