Smetto quando voglio. Ad honorem” (2017) è il terzo lungometraggio del regista campano Sidney Sibilia.
La trilogia del ‘fuggire’ per ‘rientrare’ come lavorare inventandosi dopo studi ed esami universitari (o vicino a quelle parti) si conclude. Per una locuzione di meriti e demeriti finali.
Una pellicola che stancamente arriva ad un epilogo scimmiottando, non molto bene, gli eroi beceri monicelliani (‘I soliti ignoti’ del 1959) e le trame di guerrieri sotto le gallerie metro-politane (‘I guerrieri d la notte’ del 1979 di Walter Hill).
Roma e La Sapienza è il destino ultimo dei nostri smidollati eroi del nulla.
Un film ordinario dove al vezzo goliardico della prima parte, e non certamente sorrisi altisonanti con corrosività minima o assente, va verso una seconda diluita,alquanto volgarotta e distinta nel cambio di registro dei personaggi non certamente ben scritti e poco incisivi.
Legionari del popolo facilmente corruttibile ma cambi idea per la tribù giovanilistica r non tanto da salvare la cultura e i palazzi della intellighenzia umana. E il finalismo ultimo ‘ma cosa dici….facciamo quest’esame’….e dopo ci inventeremo un lavoro. Quasi il passaggio delle consegne tra chi va via quasi soddisfatto e chi pensa al proprio futuro quasi insoddisfatto. Ciò che non affonda nel film è il vero graffio, il vero sarcasmo. Il vero dibattito sociale verrebbe da dire. Forse tutto questo non è nell’intenzione del regista ma solo un piacevole passatempo…,s il film scivola via senza veri scossoni e non si ricorda qualche vera scena madre. Forse i sedici metri. …iniziali ma alla fin fine la pistola puntata appare inutile e quasi priva di dramma o significato e neppure la metafora del doppio personaggio da struttura narrativa al tutto.
La simpatia di Edoardo Leo (Pietro) e di Stefano Fresi (Alberto) fanno da traino al minimo in un gruppo che vorrebbe copiare quello che è stato il cinema italiano in certi f argenti: per carità niente vere cadute in basso ma certo è che il racconto si perde e il risaputo diventa logico e alquanto piatto.
Certo è che un po’ sopra di tanta roba ‘natalizia’ italiota (siamo nei trailer a tutto spiano e vederli prima della proiezione si prova un certo fastidio perché uguali a se stessi e senza vera risata…se ne contano il palmo di una mano …) ma questo non fa che ingannare o trovare l’alibi del cinema cosiddetto intelligente e distinguibile. Per il penultimo aggiungerei non molto …non si sfonda ogni luogo comune, per il secondo si devono aspettare tempi migliori…chi sa quali…. Il cinema italiano cerca in tutti i modi nuovi itinerari o scorciatoie veritiere ma, per chi scrive, è nel solito circolo vizioso. Novità vere, film ben scritti e recitazione congrue latitano abbastanza.
I volti di Pietro (neurobiologo), Mattia (latinista), Arturo (archeologo), Bartolomeo (economista), Alberto (chimico), Giorgio (latinista), Andrea (antropologo), Giulio (dottore), Lucio (professore) e Vittorio (avvocato) insieme a (‘Er’) Murena (ingegnere navale e boss) e Walter (stragista) sono lì uno dietro l’altro con vezzi e stralunati modi di ricordi e memorie della commedia di ieri. Onirici e cattedràdici, scazzati e inverecondi, spenti e stralunati: vogliono dare una scossa ad una piattezza odierna ribaltando ogni volta il destino dello studio inutile e delle ingegnose (non fatiscenti) peripezie linguistiche di un mondo culturale con la bava alla bocca da più lustri. Si spogliano pure, danno il lustro alle spalle e il di dietro a chi no s’avvede che le inquadrature quando sono reiteranti non danno il gusto vero di uno sberleffo (alla giustizia) e di un sedere (improvvisato) alle maestranze (del set con messa in scena impoverita). Mentre Pietro Zinni ci guarda davanti coperto senza ritegno …
Il gas nervino e la strage chimica manifestano l’entusiasmo incontrollato (si fa per dire) dei nostri eroi con studi e idee da intenzioni serie pensando alla sala che sganascia in risate fragorose… Tutto in relax e senza una compattezza da ricordare. Comunque ‘Er Murena’ (Neri Marcorè) come ‘Er Pantera’ (Vittorio Gassman ne ‘I soliti ignoti’, 1958) sono lontani, ma il volto camuffato del Neri è solo un lascito della voce inconfondibile (balbuzie) e delle movenze da perdente del ‘mattatore’.
Edoardo Leo e Stefano Fresi riescono a superare bene lo schermo: non bastano ad un gruppo sciolto con caratteri vaghi e scrittura non ben ‘ordinata’. Forse una trilogia è troppo per dire la stessa cosa.
Regia senza segni particolari. Pause di denso mormorio tra il pubblico. Si esce senza applausi e con poche avvisaglie per aver assistito ad un film ‘epico’.
Voto: 6-/10.

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