“Sopravvissuto. The Martian” (The Martian, 2015) è il ventitreesimo film del regista inglese Ridley Scott.
E che dire di un Ridley Scott che prende giro il ‘cinema’ di genere e il ‘riporto’ americano con un’ironia a dir poco sorprendente e rende beffardo ogni gioco riuscito nel contatto tra i media e l’uomo solitario. Il silenzio marziano di chi entra per tornare a casa o dei milioni e milioni in piazza per rallegrarsi di una solitudine di contatto tra smartphone, tablet, iPad e digitali vari a considerevole misura? Tutto in centoquaranta minuti di immagini che non stancano e riescono a bere il sogno umano e quello americano incorporato. L’uomo in cammino edifica se stesso e il senso vitale con feci e patate, con cervello e tecnica, con torpore e inganno, con soil generoso e tenebre vicine. E’ il gusto della fantasia che s’invola nello spazio lontano tra soli di passaggio e tempi vivi di sonnolenza quotidiana.
Watney è lì su Marte con un relitto qualsiasi e un derelitto nello sconfinato oceano vuoto di un pianeta sconosciuto e creduto morto dall’equipaggio Ares 3: tutto in un desolato panorama tra rossi ocracei e luci ardimentose, notti di stelle e spazio incontaminato. Sembra il tutto per l’Homo sapiens post-moderno e di cui qualcuno ancora ignora l’esistenza: che bellezza è fantascienza a ‘misura’ unica e minima!
Il regista con un teatro gioco di opposti visioni e di contatti possibili (l’Uomo e il suo alter-.ego, il Marziano e il suo terrestre) rende la storia spassosa e fortemente allegorica con rimandi a tutto il cinema di fantascienza e a ciò che la New-Hollywood ridestò e spodestò il sogno americano (in un tempo imperscrutabile) nei primi anni settanta dentro (post-datato) il ‘soil-orizzonte-. La musica dance, il sonoro di fondo, le luci, gli sguardi, le trovate e le cadute dell’eroe marziano sono un giusto appunto all’immaginario del cinema di ieri e di quello che è arrivato ad oggi mentre ci si ritrova in piazza (non per manifestare gioia di un’operazione di salvataggio) ma solo per il gusto di esserci. Il cinema è fuori dentro schermi mini (tra le mani di ciascuno) e i maxi scherni di una televisione ossessivamente vincente.
E il lucro pubblicitario alla Cnn è solo manifesto imperante di un ‘sogno’ che viene da un orizzonte lontano dove Watney decide di adoperare meccanismi di ‘vita’ sconosciuti ai molti umani ignoranti e di volare nel vuoto per prendere la mano di aggancio con il meccanismo del palloncino aperto alla sua tuta piena di gas respirabili. Siamo tornati all’Ufo-Robot di memoria antica (televisiva-mente parlando) con spazi controllati e lance minime di quarant’anni fa. Il robot è caratterizzato, l’uomo spaziale è solo pieno di animato fervore e di preghiera sempre attuale (per riuscire nell’impresa di non farsela più addosso).
Il regista inglese ci regala in (costante) sottotraccia un film ‘brand’ d’archivio sull’uomo nello spazio di ieri che osava sognare e sull’uomo presente che non osa più disfarsi del sogno ma argomenta, nel suo culmine, per un programma unico (omnia-collegato) tutti insieme appassionatamente: è l’eco-messaggio spaziale che ritorna e che risucchia l’Homo (e la sua ‘intelligentia’) verso il suo commisurato e strettissimo orticello (il pianeta Terra) dove le patate si coltivano con un gusto nauseante e un putrido scorcio fecale e imperante. Il mondo degli eroi è solo ultimo e ‘The Martian’ è il divo a piacimento di uno spaesato pianeta in solitudine. Soli e collegati.
Matt Damon riesce benissimo a prendersi in giro e prendere in mano la situazione in ogni ‘tragitto’ spaziale: il suo viso tondeggiante e sornione ci regala un personaggio ‘botanico’ pieno di respiro (tutto accessoriato) e con vezzi di intensità ‘comedy’ nello stile ‘states’ tra un’intorno di caratteri fumosi che lui cerca di (ri)creare dal suo cilindro-idea per la ‘sopravvivenza’ del cinema (a chi il moderno post non piace). Watney è il ‘Nasa-day’ per un biglietto gratis per tutti. Torniamo in sala che Ridley Scott ci aspetta nel finale (per una passeggiata tra i suoi incubi e sogni). Si veda come la ‘spiega’ ai futuri astronauti è un’aggiunta come in ‘Alien’ dove l’ultima ‘trance’ fu tagliata dall’autore inglese sotto l’incudine della musica di Vangelis.
Da ricordare la bellissima fotografia di Dariusz Wolski (già nel precedente ‘The Counselor’ dove gli ambienti ‘polverosi’ anticipano quest’ultimo lavoro), il montaggio del grande Pietro Scalia e le musiche di Gregson-Williams (che riesce a conquistare lo schermo con grande fascino). La regia di Ridley Scott è (come sempre) mai banale e ripetitiva (un allungo di qualche minuto nuoce al film nella parte centrale ma per meglio valutare è da rivedere).
Voto: 8-/10.

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