Lotta, cadi, rialzati. Messo all’angolo, “Southpaw – L’ultima sfida”, è una sintesi stropicciata su una visione del pugilato piuttosto stereotipata. Ci si trova un pò tutto nell’ultimo film di Antoine Fuqua, da Rocky a The Fighter, passando per Warrior. Quello che però lo distingue è un tratteggio inedito, ricco si di cliché, ma spiazzanti. Trainato da un Jack Gyllenhaal in stato di grazia, Southpaw è un ritratto intenso sulla redenzione, la strada verso una lenta risalita dopo essere caduti da molto in alto.

La vita di Billy Hope è in ascesa, proprio come la sua carriera di pugile. Temperamento focoso, una furia incontrollabile che esplode nei round finali, quando l’avversario che fino a quel momento aveva testato le sue incredibili capacità di incassatore, diventa puntualmente l’agnello sacrificale. E’ un campione dei pesi mediomassimi, imbattuto. Tanti soldi, una bella casa e una bellissima famiglia: la moglie Maureen (una brava Rachel McAdams) e la piccola Leila.
Siamo alle solite: per Maureen, Billy – The Great ha raggiunto l’apice, e l’ennesima faccia tumefatta dopo l’ultimo incontro inizia ad essere difficile da guardare. Soprattutto mentre la piccola Leila cresce rapidamente e nutre curiosità verso il “lavoro” di papà. L’ego di Billy invece dice il contrario: ancora un match, quello contro il rivale di copertina, tale Escobar. Poi basta.
Ma è Maureen a portare i pantaloni in casa Hope, o almeno è quella di Maureen la voce guida che Billy segue ciecamente: “Sei in una bolla e tutti ti seguono. Ma quando si romperà?”. Appendere i guantoni al chiodo o salire di nuovo sul ring? Purtroppo, poco prima che Billy possa prendere una decisione, durante una rissa contro Escobar un proiettile vagante colpisce Maureen uccidendola. La bolla si rompe, nel modo più tragico pensabile.

Fuqua spezza il ritmo. La vendetta omicida di Billy serve solo a scavare ulteriormente il baratro. La discesa verso l’inferno è ripida e brutale. In un batter d’occhio tutto scompare, dagli amici ai soldi. Leila viene affidata ai servizi sociali per salvaguardarla dagli scatti d’ira del padre. Billy si mette a nudo, facendo emergere minuto dopo minuto quanto la figura di Maureen fosse il collante con un mondo improvvisamente lontano e innaturale. Gyllenhaal è sontuoso nella disperazione, profondo e toccante. Il passaggio dalla rumorosa e fastosa celebrità alla silenziosa solitudine è una cinica agonia. La ricostruzione è lenta e passa attraverso la primordiale palestra del vecchio Tick (Forest Whitaker), che lo esorta, ancora prima di tendergli la mano, ad usare il cervello prima dei pugni, a recuperare l’uomo, prima del lottatore. Solo attraverso i rapporti umani Billy riuscirà a ripartire da zero, a ricoprire quella distanza che solo Maureen riusciva a colmare.

Fotografia drammatica. Se ci aspettavamo un Fuqua pirotecnico, quello visto nei “colorati” Attacco al Potere e The Equalizer, qui l’onda d’urto action è relegata alle poche scene sul ring, dove l’uso ripetuto dello slow motion enfatizza in più occasioni gli stati d’animo di Gyllenhaal, ora rabbioso, ora apatico. Ma è proprio questo lo scacco matto di un film caratterizzato da una sceneggiatura inversa, dove la vendetta si fa presto da parte a discapito di una lenta e frammentaria distruzione. Il copione, farcito di tutti i canoni pugilistici cinematografici, scorre lineare, andando di pari passo, allo stesso tempo, con la rottura di schemi convenzionali. Forse poco per rendere Southpaw un film di pari livello a quelli già citati, ma sicuramente alza la voce verso chi ha bisogno di rialzarsi da terra. E un eccellente Gyllenhaal fa da megafono.

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