Da un punto di vista strutturale, Southpaw è un film sportivo di caduta e riscatto abbastanza tradizionale. Billy “The Great” Hope (Jake Gyllenhaal) è un campione mondiale dei mediomassimi che ha uno score di 43 vittorie e nessuna sconfitta. Cresciuto in un orfanotrofio, è sposato con una donna (Rachel McAdams) che ha conosciuto nel suo stesso istituto quando aveva 12 anni, e ora hanno una bambina in età da scuole elementari. La sua caratteristica come pugile è che non sa difendersi, prende un sacco di pugni e poi reagisce negli ultimi round, di solito dopo un’occhiata alla moglie in platea. Quando una tragedia sconvolge la sua vita, Billy dovrà prima ritrovare la voglia di vivere, poi il rispetto della sua famiglia, e infine potrà tornare sul ring. Gli darà una mano l’allenatore di una scassata palestra di periferia, con tanto di occhio di vetro (Forest Whitaker).

Storia classica, in cui le variazioni importanti sul tema sono due. La prima è il colpo di scena che arriva dopo mezz’ora e che purtroppo il trailer brucia – se non l’avete ancora visto, evitate di farlo. La seconda è, diciamo, un metatesto cinefilo: Billy per tornare sul ring deve reimparare a combattere, e in particolare a difendersi, a tenere su la guardia, usando la testa invece dei nervi, cioè l’intelligenza invece della rabbia. In questo modo anche il tipo di pugilato che viene mostrato sullo schermo cambia, e dalla boxe “da film” della prima parte – che è poi quella dei vari Rocky e di quasi tutto il cinema sul tema, la boxe in cui non ci si protegge e ci si colpisce decine di volte con pugni che da soli sarebbero sufficienti ad abbattere un toro – si passa a un pugilato più realistico e più sensato.

Southpaw è però anche un tipo molto particolare di revenge movie, perché la battaglia del protagonista è tutta interiore, e l’antagonista resta ai margini della storia e del conflitto emotivo. Inoltre, a differenza dei veri revenge movie, qui non si verifica una lenta perdita del controllo, lo scatenarsi di una furia distruttiva, ma anzi l’opposto. Si ha quindi l’esito molto interessante che mentre segue la strada più classica, il film decostruisce dall’interno i meccanismi del film di boxe, normalizzandone gli eccessi da videogioco e sfruttandone invece al massimo la carica romantica. Gli fa gioco in questo senso la straordinaria capacità di recitare con il corpo del suo terzetto di interpreti, Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams e Forest Whitaker. Gyllenhaal in particolare unisce al fisico quella naturale predisposizione all’introversione e allo stupore bambinesco, che rendono i suoi scatti d’ira ancor più spaventosi.

Leggi la trama e guarda il trailer

Mi piace
Il ribaltamento di alcuni stereotipi di genere e l’interpretazione di Gyllenhaal, che vale da sola tutto il film

Non mi piace
L’impianto classico con cui viene ritratta la boxe

Consigliato a chi
Riduce la boxe al cinema al volto (e ai guantoni) di Stallone/Rocky

Voto: 3/5

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