Lacrime, sudore e sangue: gli ingredienti di ogni film di boxe che si rispetti. La nobile arte è fatta di sacrifici e dedizione, e Billy Hope ne è un esempio, campione imbattuto nella fase avanzata della sua carriera.

Billy è un personaggio classico, in una storia che altrettanto sa di già visto: cresciuto dalla strada, come sua moglie, si è costruito un futuro e ha avuto tutto, e tutto perde. Ne seguirà un percorso di redenzione, grazie a un coach/mentore che gli imparerà a domare la rabbia, quella rabbia che lo ha sempre accompagnato dentro e fuori il ring, portandolo alla disfatta.

Non possiamo certo parlare di sceneggiatura originale o di guizzi di regia; saranno diversi i titoli che vi torneranno alla mente, sebbene l’evoluzione del boxer in Southpaw sia quasi in direzione contraria al classico Rocky di turno: Billy ci viene mostrato all’inizio come punching-ball umano, incapace di difendersi, per poi intraprendere un percorso lo porterà verso un uso
decisamente più realistico della sua tecnica.

Il potere di Southpaw è nel cast; Gyllenhaal offre un’interpretazione entusiasmante, con un lavoro sul proprio fisico impressionante: chi lo ricorda in Nightcrawler sa di cosa parlo; non solo l’incremento di massa, ma le movenze, la postura, la sua recitazione è da tempo fortemente imperniata sul fisico (come il suo poliziotto con tic e spalle da galeotto di Prisoners..)

Davvero in parte anche Whitaker, la piccola Oola Laurence, molto intensa per la sua età; persino 50 Cent per una volta non stona

In conclusione, una storia certamente non indimenticabile, ma dalle performance davvero di livello.

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