I film di 007 sono, da più di 50 anni ad oggi, un fenomeno cinematografico unico e immune alle mode: con la propria tradizione di machismo, azione esagerata, cattivi istrionici e belle donne dai nomi assurdi pronte a cascare tra le braccia della spia dal fascino elegante come un vestito di sartoria, glaciale come un cocktail vodka-martini (agitato, non mescolato) e letale come un gadget da guerra fredda, è un fenomeno che ami oppure odi, senza vie di mezzo.

Per 24 episodi finora, con pause più o meno brevi tra un capitolo e l’altro, si sono succeduti cinque attori ad incarnare l’agente segreto più famoso di tutti i tempi, dall’originale Sean Connery, praticamente imbattuto nell’immaginario collettivo, al presto dimenticato George Lazenby, poi l’ironico Roger Moore, il controverso Timothy Dalton, il tradizionale Pierce Brosnan e infine l’attuale interprete, Daniel Craig.

Ricordo ancora quando fu scelto dieci anni fa, prima dell’uscita di “Casino Royale”, l’indignazione dei puristi nel vedere un attore dal fisico massiccio e coi capelli biondi insidiare il mito della spia britannica, i cui canoni andavano scrupolosamente rispettati, per poi ricredersi completamente quando il film del 2006 fu un successo senza precedenti in termini qualitativi e di pubblico, in grado di resettare il mito e renderlo pronto ad affrontare con maggiore credibilità il mondo contemporaneo.

Posso solo immaginare la soddisfazione di Craig, costretto dapprima a sopportare un pregiudizio immotivato e poi portato in trionfo come il miglior Bond di sempre, capace di dare una profondità inedita al personaggio creato da Ian Fleming, senza snaturarlo.
Arrivato alla pellicola numero quattro e a 47 anni di età, forse è arrivato anche per lui il tempo di cedere il posto alla generazione successiva, le voci in proposito si fanno sempre più insistenti ed è già attivo il toto-nomi per il prossimo attore che ne vestirà i panni, ma intanto squadra che vince non si cambia e Craig completa il proprio ciclo narrativo insieme al regista Sam Mendes, già al timone del capitolo precedente, con questo nuovo Bond 24 intitolato “Spectre”.

Stavolta 007, messo in guardia da un messaggio proveniente dal passato, deve arrivare fino in fondo agli intrighi affrontati nei film precedenti, per scoprirli tutti connessi da una rete di terrorismo globale, l’organizzazione “Spectre” appunto, che fa capo al più potente e misterioso dei nemici. Scaricato dai servizi segreti britannici e dal nuovo direttore M, da poco insediato ma già alle prese con chi vuole rottamare lo spionaggio vecchia maniera, James Bond si ritrova in una missione personale che lo porterà da un esplosivo giorno dei morti a Città del Messico al deserto nordafricano, passando per una Roma da cartolina con tanto di un fugace incontro con la consolabile vedova Monica Bellucci e un giro in aereo sulle alpi austriache innevate, fino alla resa dei conti in una cupa Londra in bilico tra passato e futuro, sia architettonico che simbolico.
Se 007 è solitamente abituato a cavarsela da solo, stavolta può contare sul prezioso aiuto dell’affezionata Moneypenny e sull’apporto tecnologico del nuovo, nerdissimo Q; la trama porterà ancora una volta Bond a scavare nel proprio passato, già riportato a galla in “Skyfall”, e contemporaneamente a dover proteggere la figlia di un vecchio nemico.

Rispetto alle trasformazioni vincenti messe in atto nei film precedenti, Mendes prova a fare di “Spectre” uno 007 classico nel terzo millennio, facendo tesoro delle basi più mature che ha contribuito a gettare, ma delineando una trama più tradizionale, meno intricata, che fa dell’azione esagerata la propria cifra stilistica.
Così, omaggiando il passato fin dalla scena iniziale che richiama “Vivi e Lascia Morire”, la sequenza dei titoli di testa tentacolare alla “Octopussy”, un combattimento corpo a corpo mozzafiato a bordo di un treno che fa subito “Dalla Russia con Amore” e una fastidiosa scena di tortura chirurgica un po’ in stile “Goldfinger”, il nuovo Bond sa come inanellare strizzate d’occhio autoreferenziali e sempre graditissime dai fan più preparati.
Una location dietro l’altra, il film scorre via liscio liscio, ma freddo, c’è tutto quello che ti aspetti da Bond, ma non quel guizzo che sorprende e conquista come negli altri due grandi titoli dell’era Craig, ovvero la rinascita vista in “Casino Royale”, dove una mano di poker sapeva diventare più emozionante di un combattimento e la consacrazione definitiva sancita in “Skyfall”, dove Bond incontra la regia raffinata, d’autore, di Mendes e il risultato è un trionfo.

Qui, invece, sembra piuttosto che Craig e Mendes, con una sceneggiatura firmata dal consueto team Neal Purvis e Robert Wade, abbiano voluto concedersi un costoso giro d’onore da 350 milioni di dollari di budget, dichiarando che avevano ancora qualcosa da raccontare sull’evoluzione del personaggio.
Forse è così, con uno 007 più maturo che non ha paura di mostrare i segni dell’età sul proprio volto da mastino, con un un’interpretazione più classica e a tratti sorniona del protagonista, ormai completamente a proprio agio nei panni dell’agente, in grado di ricordare sia il fascino di Connery che l’ironia di Moore, che nonostante la presenza ancora vivida dei fantasmi del passato sa rendersi ancora protettore e amante.

Ma a dire il vero, viste le premesse volutamente grandiose, ci si aspettava decisamente di più da questo “Spectre”, c’è tanto di tutto e l’azione è spettacolo puro, lo abbiamo detto, ma a volte il troppo stroppia e il gusto dell’intrigo qua e là si perde, a partire da un nemico che sulla carta è il più grande, con il fantastico Christoph Waltz a prestargli il volto e, se tutti ricordiamo la cattiveria del suo Colonnello Hans Landa che gli valse l’Oscar in “Bastardi Senza Gloria” di Tarantino, ci sarebbe stato da saltare di gioia nel vederlo scontrarsi con Bond, invece la trama lo sacrifica un po’ mettendolo al centro di un twist narrativo a dir poco forzato e concedendogli meno tempo sullo schermo di quanto sarebbe stato giusto per delineare un personaggio sensato.
Altri personaggi, come la squadra formata dal nuovo M, interpretato da Ralph Fiennes, il Q giovane genio informatico di Ben Whinshaw e la Moneypenny emancipata con la grinta di Naomie Harris funzionano proprio bene insieme e creano una sinergia col protagonista, al pari con l’attrice francese Léa Seydoux, che riesce a tratteggiare una “bond girl” forte e definitiva, assolutamente all’altezza del confronto con l’amata Vesper di “Casino Royale”.
Da dimenticare invece l’incontro con la nostra bella cinquantenne Monica Bellucci, che ancora una volta si doppia da sola in maniera imbarazzante e non fa rimpiangere il fatto di vederla sullo schermo per non più di tre minuti.

Alla fine della fiera, le ultime pellicole ci avevano abituato così bene che quest’ultima resta un po’ un’occasione persa, riuscita a metà, con più fracasso che sostanza.
Detto ciò, lo stile “british” di 007 rimane unico e nemmeno questa volta verrà intaccato dalla concorrenza sempre più raffinata dei vari “Bourne” o “Mission: Impossible”, che nell’ultimo episodio aveva una trama decisamente molto simile a quella di “Spectre”, ma è probabilmente giunto il tempo di lasciare un pò riposare l’agente segreto più famoso del mondo, almeno fino alla prossima incarnazione.

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