L’ultimo Bond aspira a chiudere un cerchio (forse quello del ciclo Craig), presentandoci la Nemesi definitiva di 007, la figura dietro ogni suo altro dolore e nemico, nonchè villain d’eccellenza della serie.

In tutto questo, Mendes si impegna a livello di location, incantandoci dal Messico, lungo un affascinante prologo nel Giorno dei Morti, passando per Italia, Londra, Austria, Marocco. Sono di livello anche le scene action: l’inseguimento terra-aria è notevole, così come le sberle che si danno Bond e Bautista.

Eppure SPECTRE -è un acronimo, non una questione di arroganza- ci mette davanti a una domanda scomoda per Bond, riproponendola più volte lungo il film: così come viene messa in discussione la ragion d’essere di un agente 00 con licenza di uccidere, in un mondo dove è l’informazione a farla da padrona (cosa rimarcata più volte in SPECTRE ma anche nel passato Skyfall), quanto una figura come Bond può essere ‘aggiornata’, resa moderna?

Sempre se possibile. Nell’abbracciare un ritorno al classico spinto, tra villain storici con tanto di quasi immancabile sfregio fisico, scagnozzi pari a boss di fine livello e persino uno spazietto per la classica Aston Martin, si sente la mancanza del Bond/Craig rozzo, sporco in quanto alle prime armi, perennemente malconcio di Casino Royale o del breakdown emotivo di Skyfall. Certo, di momenti destabilizzanti per Bond in SPECTRE non ne mancherebbero, ma Craig, forse per stanchezza, forse per abbracciare il Bond maturo, mantiene costantemente l’espressione monolitica di chi ha tutto sotto controllo e può stendere un elicottero con una scacciacani.

Ne resta quindi un bell’esercizio di stile, a tratti coinvolgente, ma che poco lascia allo spettatore. Forse lo splendido Seamaster visto nel film dice qualcosa di più su Bond di un semplice gadget o product placement: innegabilmente bello e sempre di classe, ma forse non sufficiente a emozionare i più, o a restare funzionale.

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