“Spectre” (id., 2015) è il settimo film del regista inglese Sam Mendes.
Spento il grande schermo dopo I titoli di coda con il ‘refrain’ musicale che conosciamo a memoria si esce dalla sala non pienamente convinti del ventiquattresimo film bondiano: due ore e mezza piene di parole altisonanti intramezzate da location di respiro che ridestano il gusto sopraffino dell’agente girovago e mediamente in parte in ciascuno di noi ecco che rimangono i colori accesi e spenti per un film che chiude un cicli e forse apre il destino di un nuovo mondo da scoprire. Il soffuso ocraceo annerito iniziale, il buio artificiale capitolino, il bianco acre austriaco, il languore di un treno express, il giallo deserto di un piano lungo ‘leoniano’, il fragore metallico di certi uffici, le rughe impallidite di visi in tiro elastico, il Tamigi in loco per un end sopra un ponte con un M qualsiasi. E Bond che esce di scena (innamorato) tenendo le mani in giusta posizione dà le spalle alla ripresa mentre rinvigorisce il ‘logo’-saga con il sorriso (fuori onda e fuori film) di una partenza in Aston Martin DB5 coupè per ricordare i cinquant’anni e più dal primo 007 Dr. No.
Pericolosamente ‘iconoclasta’ l’ultimo 007 suggerisce una notizia di comodo (il logo che continua e la storia indistruttibile) ma anche qualcosa che distoglie il meccanismo da un originale oramai scandagliato in tutti i modi (possibili?) e che ogni raggiro (spettatori-ale) sa di succo(so) epilogo (o apologo) di un tragitto lunghissimo. Ciò che vive è oramai sepolto. Ciò che è morto vive. E da qui che parte l’incipit della pellicola che spaventa il meno e incuriosisce il più per maschere di festa, abbondanti sfilate, balli in euforia e colori morenti. James corre sugli spigoli dei palazzi e scende pianerottoli scoperti per un terrazzo di posizione finché lo sparo è centrato e un palazzo atterrisce la paura per un pubblico in attesa e una piazza ancora piena. La ragazza aspetta in camera ma l’agente è in assalto fuori e dentro un elicottero sorvolante il set fino a quando la posizione è quella giusta e con lui s’invola il film in partenza (con i titoli di testa sulla ‘Writing’s on the Wall’ di Sam Smith).
Esplicitamente morente il vivo Daniel Craig antepone al personaggio di Ian Fleming un fulgore fisico plasticamente salutare e perdutamente innamorato di supereroismo post(modernizzato) che fa l’occhiolino al vigore fisico di un ‘super’ qualsiasi e di un ‘captain’ in riposo. E’ la postura essenziale dell’eroe che stilizza e fa skyline con tutto il panorama esterno che si compiace di una (s)vista così argutamente in mostra. Tanto che l’attesa nel deserto (isolato da comunicazioni) di un’auto con autista (non certo di un cavallo da cavalcare) appare ‘retrò’ alla misura in cui un ‘cowboy’ qualsiasi fosse sceso dal treno dell’ultima fermata del West di Leone o per meglio dire di un Ford ancora da rivedere (nelle simbologie americane invece dei colori ammantati di un corpo africano).
Città del Messico e il suo livello sul mare. Parte in alto (forse troppo) il film di Sam Mendes per arrivare (e si capiva) alla prigionia ‘mentale’ di ricordi e chiusi spaventosi dove il ‘gran-furfante’ Blofeld (un Christoph Waltz che ruba la scena al Bond di turno), (ri)vuole la sua coscienza, (ri)vuole il suo passato, (ri)vuole il suo sogno, (ri)vuole il su cinema, (ri)vuole la sua memoria e quella di tutti. Forse si pretende troppo e il film vorrebbe (anche) essere un (dis)impegno dal già conosciuto e un (ess)aitante modo per leggere giudizi meno severi. E il voler prendere leziosità acculturanti rovina (per chi scrive) il ritrovamento bondiano che si perde per addolcire un finale londinese ammiccante e pilotato dove un M qualsiasi non riesce mai a sostituire il marchio inconfondibile di Judi Dench (permane il cameo da gustarsi): un Ralph Fiennes non può essere sprecato malamente così (ammirando la sua recitazione comunque).
Tormentato e afflitto, statuario ed elegante Bond deve ricostruire il suo ‘cliché’ per apparire sano e non vinto, scattante e con un’arma sempre pronta. I morti vivono dice l’inizio anche Craig tenta quello che gli dicono di fare ma non ci crede fino in fondo. E se si pretende troppo (onorare, applaudire, fantasticare, idealizzare e acculturare) il Bond arriva stanco alla fine con una partenza (nella sua auto che fu) per dirci addio senza essere banale. Il morente come immagine filmica (maxima) è stato raggiunto in ‘Skyfall’: il doppione è stato troppo.
Ricordando Roma e le sue bellezze non par vero che le scene nelle capitale siano un po’ tirate vie e il Tevere pare avere la meglio sull’inseguimento auto durato il giusto per non rovinare il ‘meccanismo’ della saga o forse il sogno di una città eterna notturna poco consona ad un’ambientazione non azzeccatissima nel non far girovagare l’agente nelle antiche vie (per un funerale e un incontro salmastro se non acido). Monica Bellucci per pochi istanti è forse inutile o forse utile per avere Roma nello sviluppo narrativo … Chi sa…!?
Elegantemente sobrio (si fa per dire) Daniel Craig spara con convinzione, fa a pugni con maestria, è incatenato con sudore, spalma l’odore del successo, legge i dogmi dello stile Bond e schiaffeggia ogni destino con una rincorsa pari a ‘impossible’ per gli altri. E’ un Craig rutilante (di battito forte), intenso e, pertanto, fin troppo onirico nell’assemblament di ogni dove e di ogni fatto per ogni occasione vittoria allo spasmo. Tanto che il finale potrebbe benissimo essere ‘posticcio’ nel suo succoso fastidio di compleanno e di archeo-tipo del personaggio in sé che, altresì, parrebbe l’inizio di un nuovo film o l’incipit (vero) di questo film.
Voto: 7- (considerando J.B. come toponimo…il resto è solo appetito digeribile con meno gusto).

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