Snaturato, ma nemmeno troppo, il nuovo corso Spiderman firmato Jon Watts (Clown, 2014) trasuda una freschezza adolescenziale che ridisegna i canoni di Peter Parker, con l’obiettivo di fare di Homecoming un possibile trampolino di lancio verso l’universo Marvel per eccellenza che risponde agli Avengers. Una chiave di lettura ben definita che pone l’attenzione sul primo quesito lampante: storyline, oppure paura che i deludenti fantasmi appena trascorsi con Andrew Garfield possano ancora pesare su un’ investitura cosi pesante? Tom Holland ha ancora tutto da dimostrare ma nessuna pretesa. Al di là del (buon) debutto in Civil War, il talento britannico appena ventenne ha già evidenziato in pellicole di fattura ben più impegnata, come The Impossible e Civiltà Perduta, di possedere buoni numeri accademici. Fatto sta, che l’affiancamento di Robert Downey Jr, e del suo Iron Man, può sembrare un salvagente di fortuna qual’ora il giovane attore possa non reggere ancora da solo lo schermo.
Ad aiutare questo sperimentale inserimento, Watts cambia gli ingredienti canonici ai quali eravamo abituati, snaturando, come già detto, la concezione di Spider Man per come la conoscevamo. Tralasciando per una volta la sequenza su come abbia acquisito i poteri (scelta intelligente), la prima vera sorpresa arriva dalla decisione di ridurre l’età del protagonista portandola a quindici anni; con la relativa presenza di una zia May formato sexy, con volto e curve di Marisa Tomei. A tutto questo si aggiunge lo stage Stark, con Tony in versione severa chioccia, come già visto in Civil War, e disposto a scommettere su Peter e la sua voglia di fare del bene. In contrasto, ecco arrivare tutte le problematiche derivanti da una giovanile spensieratezza: il Peter Parker di Holland è si, decisamente esaltato dall’idea di poter far parte dello squadrone dei buoni, ma anche visibilmente immaturo e soprattutto insicuro sul ben cosa fare dei suoi poteri. In attesa che Stark decida del suo futuro, Spiderman riprende la vita di tutti i giorni, dedicandosi alla lotta al crimine nella sua città, che sia aiutare una signora ad attraversare la strada, oppure avere a che fare con una compravendita illegale di armi futuristiche. Fino al punto di arrivare a rompere le scatole al cattivo di turno, Adrian Tooms, impersonato da Michael Keaton, un operaio che ha trovato fortuna impossessandosi e sviluppando le tecnologie aliene rubate dopo gli eventi del primo Avengers.

Se da una parte Homecoming dimostra di poter rinnovare un brand cosi importante come Spiderman con buone idee, dall’altra si accosta ancora troppo agli schemi assodati dei cinecomic. La figura di Holland funziona. Gigione e frenetico quando indossa il costume (una specie di DeadPool “politically correct”), curioso, timido, a tratti impacciato, nel suo lato teen. Una perfetta contrapposizione caratteriale da appoggiare sulle spalle di un liceale di appena quindici anni, “invaso” da simili responsabilità. E’ il primo passo verso un ringiovinamento 2.0: uno Spiderman moderno, dotato perfino di un costume tecnologico, made in Stark, al quale “ruba” pure una specie di Jarvis personale, qui modificato in una più femminile “Lady Costume”. Elementi che fanno parte integrante di una realtà perfettamente mescolata alla figura di un social nerd al quale non manca neppure la classica “cotta” verso una compagna di studi, nè la figura di un goffo amico al suo fianco.

A far riflettere sono ben altre cose. Innanzitutto, per quanto si possa essere bravi a rimodellare personaggi magari sempre più diversificati, bisogna mettere in conto che il cinecomic è un settore ormai saturo, che film dopo film diventa quasi impossibile da rivalutare. Spiderman: Homecoming dura oltre due ore. Due ore in cui le scene action diventano le parti meno apprezzate e “lente” da digerire, soprattutto se di villain come Loki ne nasce uno ogni dieci sceneggiature. Perchè neppure Michael Keaton, nel frattempo diventato Avvoltoio, può fare miracoli sullo script di un personaggio povero di battute importanti e dalla scarsa caratterizzazione. Eppure bastano un paio di espressioni facciali per ricordarne il talento innato. Un vero peccato se si pensa al gran momento artistico dell’attore.
La mancanza di un vero e proprio affondo sui lati umani dei protagonisti si fa sentire eccome, cosi come l’improvvisa mancanza di rischio nella seconda parte che riduce ancora una volta il tutto a una classica lotta tra il bene e il male.

Spiderman: Homecoming sceglie di puntare, senza nemmeno troppo nascondersi, su un target più giovane nel quale troverà sicuramente la sua fortuna. Per tutti gli altri fan di lunga data qualche riserva in più.

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