Dopo un breve prologo, Star Trek Beyond inizia davvero con un lungo monologo di Kirk in voice over sulle insidie di un viaggio pluriennale nello spazio.
È un momento riflessivo originale. Kirk è sfiancato dalla routine, la vita sulla nave è diventata un carosello di abitudini e, mondo dopo mondo, comincia a sfuggirgli il senso di quel vagare sempre più lontano da casa.

Poco dopo l’Enterprise ormeggia in una grande stazione orbitante, e qui assistiamo alla scena di cui si è già discusso molto in Rete, quella in cui il tenente Sulu viene accolto dalla sua famiglia – il compagno e una bambina. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato in questa scelta, ma non si può nemmeno negare che sia uno scarto politicamente significativo (come invece gli interessati ripetono), perché dopo decenni di immobilismo della saga viene introdotta la prima dichiarazione di omosessualità, una specie di outing di un immaginario – e quindi l’intenzione progressista, sacrosanta, è manifesta.

Tutta questa prima parte è davvero sorprendente, perché costruita su uno spunto metanarrativo – riflettere sulla routine della nave e dei personaggi, significa riflettere sulla routine della serie a 50 anni dalla sua creazione – che in pratica corrisponde a una domanda: come superare la stanchezza? Come rinnovarsi? Ovvero: di qui in poi, come proseguire il film, e poi gli altri?

La risposta è in un doppio movimento: la storia che si innesca è molto tradizionale negli scenari, ma iper-dinamica nella messa in scena, e spogliata di vere letture. Succede che, in seguito a una richiesta di aiuto, l’Enterprise entra in una nebulosa corrispondente a una zona dello spazio non mappata (un piacevole cliché), e qui viene attaccata da una pioggia di navicelle simili a meteore, che la fanno a pezzi. Kirk e gli altri finiscono così su un pianeta sconosciuto che ha l’aspetto selvaggio e tutto sommato molto terrestre (rocce e piante) che avevano sempre i pianeti su cui finiva l’equipaggio nella serie classica. Le motivazioni del nemico di turno sono secondarie, estremamente banali, e la gran parte del film diventa in fretta una macro-sequenza action cadenzata da one-liner, cioè battute a effetto dei protagonisti.

È interessante notare che questo è l’esito di una problematica produttiva, ovvero industriale, prima ancora che del talento del regista per un certo tipo di cinema (la fama di Lin è legata ai film di Fast & Furious, di cui ha girato due spin-off non ufficiali, e quattro capitoli) o di una riflessione teorica. Diciotto mesi fa non c’era infatti nemmeno uno script, l’intera produzione è durata un anno e mezzo, e lo stesso Lin – autore dello script assieme a Simon Pegg -, ha parlato di ritmi folli per entrambe le unità di ripresa.

Alla fine Star Trek Beyond è un oggetto cinematografico strano, che si pone delle domande interessanti, e poi sviluppa le risposte in parte per necessità e in parte per convinzione. Il primo atto è memorabile, poi si entra in questa corsa a perdifiato che porta il film fino ai titoli di coda – c’è molta fretta in ogni scena, di conseguenza il gioco esalterà alcuni e annoierà a morte altri. In ogni caso, è l’ennesimo segnale di come il governo della serialità e il dominio economico dei franchise stiano trasformando il cinema nei suoi tempi e nelle sue forme.

Leggi la trama e guarda il trailer

Mi piace
Il primo atto che invita a riflettere sulla serie a 50 anni dalla sua creazione

Non mi piace
La fretta in ogni scena della seconda parte

Consigliato a chi
Ama l’action adrenalinica e ai fan della saga

Voto: 3/5

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