John May è un impiegato del comune incaricato di rintracciare i parenti di defunti morti in solitudine. Meticoloso e sensibile, si occupa con grande cura dei più singoli dettagli: collezionando le foto di questi “dimenticati” da famigliari e amici (che spesso si sono volutamente allontanati) e rispettando il cerimoniale previsto dall’orientamento religioso del morto, selezionando la musica appropriata e partecipando egli stesso alle cerimonie funebri. La sua vita metodica e tranquilla subisce uno scossone il giorno in cui, per un ridimensionamento sul lavoro, viene licenziato. Disorientato, ma non rassegnato, chiede al suo superiore di concedergli qualche altro giorno per poter chiudere una pratica che gli sta particolarmente a cuore e che corrisponde al nome di Billy Stoke, un barbone con una vita felice alle spalle. Nel passato di quell’uomo, che ha tanto vissuto e che gli amici ricordano con il sorriso sulle labbra, John trova una donna che lo amato e poi lasciato, una figlia ancora molto legata con cui ha litigato, colleghi con cui ha sviluppato un’amicizia fraterna e un ex commilitone.

Paragonato alla vita di Stoke, l’ordinario tra tran quotidiano di May e il suo archivio dei morti stridono profondamente. La figura silente di John, interpretato da un Eddie Marsan poetico e struggente, è la vera “still life” (natura morta) del titolo: che nel silenzio del suo appartamento da single e nella sua abitudine a frequentare più i morti che i vivi, May ha finito per assomigliare loro. A nobilitarlo e a riscattare la sua apparente mediocrità è proprio la sensibilità con cui si occupa dei defunti, con cui rende giustizia e restituisce dignità a uomini offesi da destini difficili. Dall’incontro con la figlia di Stoke, la vita dell’impiegato sembrerebbe subire una svolta, ma sul protagonista sembra sempre aleggiare un triste presagio…

Uberto Pasolini, al secondo film da lui diretto, prodotto e sceneggiato, sviluppa un’idea di cinema maturo, denso e profondo, che ha i toni, il rigore e la compostezza di buona parte del cinema orientale (à-la-Departures). La morte è un commiato e, in questo senso, i rituali messi in piedi da John creano una liturgia utile a chi “parte”, ma soprattutto a chi resta, che ha così la possibilità di riconnettersi al defunto. Da quell’omino silenzioso impariamo che la cura per i morti, soprattutto quelli a cui non è più rimasto alcun famigliare, è un dovere civile-morale di ascendenza quasi foscoliana. John May, nell’apparente inutilità della sua funzione (rimarcata dal suo capo), svolge in realtà un compito di grande rilevanza sociale. Sottilineando la quale, Still Life restituisce valore etico a qualsiasi lavoro compiuto con cura e dedizione. Ma c’è qualcosa di più, qualcosa che fonde pietas laica e spiritualità, suggerendo che – accompagnandole verso l’aldilà con le dovute esequie – quelle anime potrebbero raggiungere più facilmente e in modo più confortevole la loro destinazione ed è come se lo stesso Cinema potesse svolgere una funzione riparatrice.

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Mi piace
Il rigore della messa in scena, che ricorda il cinema orientale. La figura poetica del protagonista.

Non mi piace
La scena finale è commovente, ma un po’ troppo accomodante.

Consigliato a chi
Ama il cinema inglese e le storie divergenti.

Voto: 4/5

 

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