Tipico film italiano: “indecis’a tutto” e “poch’idee ma confuse” (Maccari citato da Flaiano). Gangster movie, crime story, noir, western metropolitano, alcuni traducono “poliziesco”, ma le forze dell’ordine, colluse o meno anch’esse, appaiono solo in un paio di scene, nel ripescaggio del cadavere della prostituta dal lago artificiale e mentre verso la fine un vigil’urbano prov’a gestire il corteo di protesta. Eppure nel romanzo di Bonini e De Cataldo, uscito nel 2013 per Einaudi, il male veniva contrastato dal bene, da quanto di buono c’è fra i rappresentanti dello Stato. Sollima sopprime questa componente del libro e mostra che il male s’autodistruggerebbe per faide interne, per un’incoerenz’intrinseca. Nella banda della Magliana Samurai f’ammazzare il suo ex-amico appen’uscito di galera, nel clan degli zingar’il capo Manfredi Anacleti maltratt’i familiari e lascia ch’il suo mastino quasi stacchi un bracci’al nipote, nella criminalità ostiens’il giovane boss Numero 8 strapazza Viola, la morosa tossica e insubordinata che nell’epilogo chiud’il cerchio uccidendo Samurai. Che poi ciò serva esclusivamente per un turnover generazionale (a es. un Provenzano che consegna Riina) al regista non interessa, né gl’interessa che le vicende reali supportino il resoconto del romanzo e non la sua ricostruzione fittizia che prov’a camuffarsi da reportage di cronaca nera e giudiziaria. Gironzolando sul web si possono leggere recensioni secondo cui l’autore avrebb’avuto il merito di “tratteggiar’i suoi protagonisti come persone e non come villain d’un film senz’eroi, tirando fuori un brandello d’umanità anche dai personaggi più sgradevoli e negativi.” Forse non abbiamo visto la stessa pellicola, cose che càpitano. Poi: nient’affatto coraggioso, Sollima parte dalla denuncia del marcio nei palazzi del Potere, un senator’e un cardinale, ma siamo gìa a ruoli, livelli e mansioni di second’ordine, pedin’orfane dei rispettivi padri(ni), il Presidente del Consiglio e il Papa dimissionari. Quindi una malavita da sottobosc’o comunque da faccendieri e manovalanza, i burattinai ai vertici manco s’intravedono. Inoltre: la sceneggiatura schizoide allude costantemente tant’a un preciso periodo storico, gl’ultimi 7 giorni del governo Berlusconi nel novembre 2011 e, in anticipo, la rinuncia di Ratzinger al ministero petrino nel febbraio 2013, quant’al recente scandalo di Mafia capitale, al punto da far credere a un instant movie. Nulla d’increscioso se non fosse lo scandire del racconto coi biblici 7 giorni della creazione e l’apocalisse conclusiva: ma quale apocalisse? Nel sens’etimologico del disvelamento, il plot è da segreto di Pulcinella come già dic’il titolo: la suburra esiste da sempre, non è una new entry emersa di recente. Nell’accezione semantica di resa dei conti definitiva, nel film non c’è proprio nulla di definitivo. Misteri di Sollima Sergio & collaboratori. Ancora: l’epicizzazion’ed estetizzazione del male sono comunque uno spot a suo favore, l’inesistenza della pubblicità negativa non trov’eccezione coi criminali e i delinquenti, difatti è ormai cosa nota la reazione concreta della famiglia mafiosa Spad’al film (http://www.stefanoesposito.net/blog/2015/10/17/esponente-clan-spada-sorride-felice-accanto-allattore-che-lo-rappresenta-nel-film-suburra-succede-solo-ad-ostia/). Complimenti vivissimi. Infine (? Sì, diamoci un taglio il prima possibile): che gioco svolgeremmo noi, l’italiano medio, il nostro compatriota in tale scenario? Ho letto che saremmo rappresentati dal personaggio d’Elio Germano, Sebastiano, che però è un untuoso PR organizzatore di festini a base di coca ed escort. Non so voi, ma io non mi c’identific’affatto. Tirando le somme, un lungometraggio piacione, il solito “Yom Kippur”, la cerimoni’ebraica in cui si sacrifica un capr’espiatorio per la liberatoria catarsi delle (in)conscienz’altrui. Ho apprezzato “ACAB” per la sua capacità di raffigurare gl’umani nelle loro molteplici sfaccettature, qui mi trovo al cospetto d’un’antropologia unidimensionale, liquidatoria e sommaria degna degli stessi Carminati e Casamonica. Non giungo a rimpiangere “Sandokan”, il lavoro più famoso del padre di Sollima a cui “Suburra” è dedicato, però è come se il trend dell’art’italina foss’un passaggio dalla “mèrda d’autore” al “piscio di Favino”. “Steps toward a better tomorrow”.

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