ntatta purezza aliena, o nei ricordi, o del C’era… J.J. Abrams, entra dallo spiraglio d’una porta spielberghiana, nel suo collaudato immaginario, ammantando la sua opera di quella fascinazione “esoterica” ch’è memore d’una cinefilia che bacia le oniriche fantasie dell’innocenza.

Di quando, “fotografandola” nel suo attimo immortale, la vita si screpola, forse passeggera, in quell’anfatto di un’età che, forse negli screpolii dell'”incupirsi” vanitosa, perderà il fioco, madido tocco del sognarla. O, solo il “tintinnante” fuoco, l’aroma del crepuscolo che s’infiamma.

Il film evoca atmosfere magiche, negli sprazzi d’una eterna malinconia che s’effonde in un’altra cittadina “dimenticata”, intrisa nei cangianti occhi d’iridi colorate di alcuni “bambini”, con la pelle “insaguinata” del leggiadro tergerla con “ingenue” passioni, amori di delicatezza infantile, Cuori che sospiran nell’anima.
Il film inizia e si chiude nel soffio di chi guarda lagrimando nella commozione.

Fantasmatici nitori che folgorano gli spettri visivi, alieni voraci in tetre cavità da favole nere, avviluppati in un dolore che morsica le loro ferite.
Fluorescente lucenza d'”acquosità” che fluiscon nell’incantevole, nel tepore “accucciolato” profondamente americano, nello “scontato” happy end di parsimoniosa “effettistica”, l’inversione della catastrofe in una catarsi simbiotica con l’Universo.

Film del nostro specchio, quando nitidi evolveremo in altre “nudità”, m’appariamo nei suoi istanti riflessi.
Film di cadenze dolci o abrasive alla suggestione, che (si) permea d’un profumo quasi da ricordi estivi, d’una fanciullezza che crepiterà forse ancora anche nelle emozioni “sdrucite” e “ciniche” d’un vicesceriffo o di un povero “bastardo”.

Film che, nelle nostre palpebre, emana un candore di luccicante bagliore, sfumando nel “nero-tenero” che si dissolve appena la buia sala si “riaccenderà”.
Che s’assopì, “dormendovi” con levità teporosa.

Forse, non un capolavoro, ma opera “capitale” che tocca le corde, le suona, le innalza in una celestiale Pace.
Ove, i nostri indistricabili “vicoli” o vincoli, han attinto all’anima nella sua levità.

(Stefano Falotico)

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film