Correvano gli anni ’80 quando i cinema venivano riempiti dai film per ragazzi diretti (o prodotti) dal grande Steven Spielberg. Quell’era è passata, ma qualcuno ancora la ricorda (e la rimpiange). E quel qualcuno è J.J. Abrams.

Super 8 si presenta come il film che raccoglie in sé tutte le caratteristiche dei predecessori del genere: un gruppo di ragazzi, un mistero, e tante emozioni… l’amicizia, l’amore, il cordoglio, il rapporto padre(/i) figlio(/i) e molto altro ancora. E tutto questo viene messo grandiosamente in scena da Abrams e dallo Spielberg produttore, regalandoci l’opportunità di tornare a sognare, di essere bambini e rivivere la nostra infanzia, cosa che forse non siamo più capaci di fare. Rappresenta anche l’amore di Abrams per il cinema, non solo per il citazionismo in esso contenuto, ma proprio perché è la stessa telecamera ad essere protagonista e a dare il via alla storia, nonché un titolo.

Ohio, 1979. Joe, tredicenne che passa il suo tempo libero a costruire modellini e girare film in “super 8” con gli amici, perde la madre in un incidente sul lavoro e a causa di ciò si inasprisce il suo rapporto con il padre, quasi sempre via per ricoprire il suo ruolo di vice sceriffo. Durante una delle riprese del film dell’amico Charles, a cui partecipa anche Alice, di cui Joe è segretamente innamorato, un treno deraglia distruggendo tutto nelle vicinanze. Da quel momento, iniziano ad accadere strani eventi. Il gruppo di ragazzi, miracolosamente salvo, promette di non dire a nessuno di essere stati lì, ma il mistero si fa troppo intrigante per resistergli…

Ho sempre considerato la fantascienza una metafora per raccontare qualcosa di “comune”, e anche in Super 8 è così. E’ una fiaba in cui la fantascienza è usata come pretesto, un’ “esperienza di vita” per far ritrovare l’equilibrio ai suoi protagonisti. In questo caso, il superamento della morte: non solo Joe e suo padre sono condizionati dalla perdita della madre, ma anche il padre di Alice, un alcolista, sentendosi responsabile non si occupa della figlia creandole una mancanza affettiva e molto dolore. Sono tutti bloccati in una spirale di sofferenza da cui non riescono a sganciarsi, ma avranno la possibilità per farlo. E non solo questo, Super 8 parla di molto altro: è nostalgico e, volendo, generazionale. I preadolescenti protagonisti del film sono tutti caratterizzati benissimo, e interpretati benissimo, tra cui spicca Elle Fanning, sarà perché è la più conosciuta o proprio la più brava; la piccola storia si intreccia con una più grande, che parla delle emozioni di giovani Peter Pan legati tra loro da un’amicizia pura e senza compromessi che solo a quell’età puoi avere.

E’ questo Super 8: un grido nostalgico e commovente che vuole ricordare (e omaggiare) un certo tipo di film, un certo modo di vivere, di pensare, e di provare emozioni.
Anche a tredici anni.

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