Ce lo siamo detti, questo 2015 è l’anno in cui alcune delle maggiori saghe cinematografiche tornano sugli schermi con nuove aggiunte, abbiamo accolto con grande soddisfazione “Jurassic World” (record di incassi al primo weekend e terzo maggiore successo di sempre), in attesa del nuovo “007” a firma Sam Mendes e soprattutto di “Star Wars Episodio VII”, il regalo di Natale supremo che ci porterà J.J. Abrams.
A metà strada tra tutti questi sequel c’è il ritorno di Arnold Schwarzenegger nei panni del cyborg sterminatore/guardia del corpo, col senso dell’umorismo in continuo upgrade.
E’ stata proprio l’insistente disponibilità dell’ex-governatore della California a voler riprendere uno dei ruoli che lo ha reso famoso negli anni ’80 e ’90 ad aver spinto i produttori a rimetter mano a questo franchise dalle alterne fortune.
I primi due film, “The Terminator” (1984) e “Terminator – il giorno del giudizio” (1991) entrambi di James Cameron, sono ormai due classici del cinema d’azione, le cui sceneggiature perfette fatte di viaggi nel tempo e destini eroici segnati dal senso di pericolo costante rappresentato da robot assassini inviati dal futuro, hanno lasciato il segno nell’immaginario collettivo ma, ironicamente, hanno avuto difficoltà a costruirsi un avvenire.
I sequel “Terminator 3 – le macchine ribelli”, il peggiore della serie, ancora con protagonista Schwarzy che però sfiorava il ridicolo involontario con un’interpretazione troppo sopra le righe e riscattato solo da un bel finale cupissimo, ha sgomberato il campo per il più ambizioso “Terminator: Salvation” con Christian Bale e Sam Worthington impegnati a sopravvivere in un mondo dominato dalle macchine, che però materialmente non ha incassato abbastanza, portando la produzione al fallimento (era pur sempre il 2009, anche se io lo sono andato a vedere due volte di seguito al cinema); dopodiché i diritti cinematografici si sono persi per strada.
Questo nuovo “Terminator Genisys” molto scaramanticamente fa finta che i due precedenti capitoli non siano mai esistiti, si riaggancia in maniera fin troppo diretta ai primi due e, visto che la cura delle “linee temporali alternative” ha funzionato così bene per “Star Trek”, anche qui si tenta di azzerare la storia ma sfruttando a piene mani i personaggi e le situazioni che hanno creato la mitologia, con tutte le scorciatoie ma anche i rischi del caso.
Così ripartiamo dalla voce fuori campo del giovane combattente Kyle Reese, che in un disastrato 2029 viene scelto non tanto casualmente dal leader della resistenza contro le macchine John Connor per tornare indietro nel tempo e salvare la madre Sarah dalla minaccia di un assassino metallico col volto e i muscoli di un culturista austriaco.
Fin qui tutto già visto, ma da questo punto in poi si cambia registro: il 1984 in cui il ragazzo piomba non è affatto quello che si aspettava, il Terminator originale è stato eliminato in pochi minuti da una versione più attempata dello stesso modello, la ragazza non è una cameriera impaurita ma già una guerriera pronta ad ogni evenienza e Kyle, anziché salvarla, deve cercare di mettere in salvo la propria pelle da un T-1000 fatto di metallo liquido arrivato anche lui in anticipo di qualche anno.
La chiave della nuova vicenda è giocata proprio sullo spaesamento del giovane nel gestire il rapporto inaspettato con la ragazza, che si sarebbe aspettato di dover proteggere, e con il cyborg anziano (“vecchio, non obsoleto” sarà la battuta ricorrente del film) che scopre essere una dichiarata figura paterna per Sarah perché l’ha salvata da un attentato quando era bambina e successivamente l’ha educata alla sopravvivenza armata.
Da questo spunto interessante si snoda una trama non sempre coerente di paradossi e rivisitazioni temporali che frullano le caratteristiche più popolari della serie e, se da una parte appagano lo spettatore con l’inflazionato “effetto nostalgia” nel riconoscere la citazione di turno, dall’altra cercano soluzioni troppo semplicistiche che generano confusione e fanno perdere completamente il senso di minaccia che si percepiva costante nei primi film.
Grazie ad una troppo vasta disponibilità di macchine del tempo, ben tre nelle diverse epoche visitate, i protagonisti hanno la possibilità di spostarsi da un anno all’altro con una disinvoltura che manderebbe al manicomio il vecchio Doc Brown!
Se la sceneggiatura ha un po’ troppi buchi soprattutto di coerenza interna, la situazione è salvata dalla caratterizzazione dei ruoli principali: il vecchio Arnie regge la baracca con l’ironia che sa dare al proprio legnoso personaggio, un robot i cui connotati fisici invecchiano (i tessuti umani collegati allo spaventoso scheletro metallico sono organici e quindi decadono con il tempo, spiegano, giustificando così un protagonista sessantottenne) e non fa mancare la giusta dose di botte e sfondamento di pareti che il genere richiede.
Al suo fianco la giovane Emilia Clarke, amata Kalheesi del “Trono di Spade”, che fa un primo passo verso una futura carriera cinematografica cimentandosi con grinta nel ruolo della donna che evolve da vittima a eroina, reso leggendario da Linda Hamilton e poi ripreso dalla collega Lena Headey in “Terminator – the Sarah Connor chronicles”, una serie tv di qualche anno fa.
Jai Courtney, già figlio di Bruce Willis nell’ultimo “Die Hard”, sostituisce Michael Biehn nei panni del soldato Reese che alterna la propria fisicità possente nel parare i colpi che riceve da macchine fin troppo materiali con la sensibilità dell’antieroe spaesato che capisce di aver un ruolo datogli dal destino.
Un po’ meno riuscita a mio parere la caratterizzazione di John Connor, guerriero messianico nella visione originale e anche nella gestione Bale, qui stravolto per necessità di trama e interpretato da un Jason Clarke troppo inutilmente istrionico, di certo uno dei punti deboli della pellicola, non aiutato dal fatto che i trailer che circolano in rete da mesi mostrano chiaramente il colpo di scena che ne interessa il personaggio ma che sullo schermo arriva solo dopo metà film.
E’ curioso, infine, veder spuntare in due ruoli minori il caratterista J.K. Simmons, premiato a marzo con l’Oscar come miglior attore non protagonista in “Whiplash”, e addirittura l’ex “Doctor Who” Matt Smith.
In definitiva questo quinto Terminator è a mio avviso un’operazione in parte riuscita, ma frenata da una sceneggiatura superficiale non all’altezza della complessità delle tematiche di un regista come Cameron che, soprattutto nel primo seguito del 1991, riusciva a tenere in equilibrio la critica all’eccessiva dipendenza dalla tecnologia e dalle armi nucleari con le scazzottate di Schwarzenegger, creando nel contempo una suspence irresistibile nell’intreccio degli eventi.
E dire che nonostante tutto il nuovo regista Alan Taylor, conosciuto per aver diretto con mestiere le prime stagioni de “Il Trono di Spade”, prova a suo modo a rendere omaggio ad un passato divenuto un classico del cinema d’azione, tentando un confronto con la nostra epoca: proprio come l’altro successo di quest’estate 2015 anche qui si critica la dipendenza di tutti noi da smartphone, tablet e compagnia bella e addirittura stavolta l’intelligenza artificiale malvagia conosciuta come Skynet si nasconde dietro un social network definitivo dal nome, appunto, di Genisys.
Un film divertente per appassionati e nostalgici, ma forse è l’ora di dire “hasta la vista, baby”!

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