Detto che “reboot, sequel e in parte remake, il 5° capitolo del franchise è una via di mezz’a tre corsie che non porta molto lontano”; detto che la produzione “realizza uno dei peggiori casting a memoria cinefila”; detto che Schwarzenegger a 67 anni è l’ennesimo action hero il quale, rifiutando d’abdicare, prova a buttarla sull’autoparodistico e sull’umanizzazione mentre sarebb’ormai da stilare una graduatoria col minutaggio dell’effettiva presenza sul set al netto di stuntmen, controfigure, immagini di repertorio e CGI assieme al Walker di “F&F7” e al PS Hoffman del penultimo capitolo di “Hunger Games” (ma la Lionsgate ha dichiarato che le sue scene erano già state completamente girate prima della morte); ciò che forse TG offre di davvero interessante è la sua inedita forma di retcon. In concomitanza col 30° anniversario di “Ritorno al futuro”, i viaggi nel tempo sono giunt’a un nuovo tipo di “continuità retroattiva”, dov’a ogni (s)nodo di biforcazione spaziotemporale si forma un’ulteriore linea storico-cronologica della realtà, ossia un universo parallelo ma intersecantesi con tutt’i precedenti. Il risultato è una topologia cosmica ancor più intricata della c.d. “bottiglia di Klein”, e chi sceneggia usando quest’espediente può sì scavalcare i paradossi classici del “time travelling” permettendo la presenza simultanea dei medesimi personaggi nel ruolo di genitori, figli, cyborg, umani, ecc., purché però non appartengano più alla stessa linea temporale, e si sfida qualsiasi spettatore a saper valutare la coerenza o meno d’una simil’intera sfilza di twist. Credo che sia una variazione sul “narrare postmoderno”: se sono morti i metaracconti, a fortiori devono (?) esser morti anch’i singoli e semplici racconti. L’epoca postnarrativa s’estrinsecherebbe com’assenza di trama e/o con una trama impossibile da seguire. Il “mindbender movie” vi dice nulla? “The Canyons” di Schrader? L’ultimo “Mad Max”? L’apporto emotivo sarebb’ancora garantito, così dicono, attingendo d’altre modalità, in primis dal gioco per console o dal piacere in sé suscitato dal perdersi nel groviglio del plot. A me invece ricorda le menate primonovecentesche sulla dissoluzione della musica tonale a favore dell’anarchia dodecafonica che tratta pariteticamente i 12 semitoni. Poi è nato il rock, tanto per dire (facciamo nel 1963, con “Louie Louie” coverizzata dai Kingsmen).

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