Terminato il fortunato ciclo di Sam Raimi, Spider-Man torna alle origini. Il nuovo film sull’Uomo Ragno diretto da Marc Webb è infatti un reboot (un “riavvolgimento di nastro”): una scelta della produzione che, visti gli ottimi risultati di critica e pubblico conquistati dalla saga di Raimi, francamente lascia perplessi.
La sceneggiatura di James Vanderbilt affronta una tematica tralasciata nei film precedenti: il tormento di Peter per la perdita dei genitori e il coinvolgimento del padre con la Oscorp. Ma, ripercorrendo le origini, i punti di contatto sono inevitabili: la fatidica puntura del ragno, la scoperta dei nuovi poteri, la morte dello zio Ben, la nascita del mito di Spider-Man…Insomma, a meno che vi siate persi la trilogia di Raimi (ma chi non l’ha vista?!), l’effetto déjà-vu è garantito.
Allo stesso tempo il film non potrebbe essere più differente dai precedenti per scelta degli interpreti, regia, toni e atmosfere.
Il sospetto è che i produttori abbiano voluto virare verso una versione più “dark” delle avventure del supereroe, ispirati forse dal grande successo della trilogia del collega Batman.
Peccato che Spider-Man sia assai diverso dal Cavaliere Oscuro e un’eccessiva dose di toni cupi appesantisce un personaggio che, proprio per la sua aria scanzonata e giovanile, è il supereroe preferito dai ragazzini.
La cupezza, dicevamo, pervade l’intero film: le scene in notturna o in luoghi chiusi superano di gran lunga quelle alla luce del sole. Gli scontri tra Spider-man e Lizard sono tutti in notturna e l’unico che avviene di giorno si svolge al chiuso di un edificio scolastico.
Ad appesantire il tutto, gli episodi e le battute che strappano una risata si contano sulle punta delle dita, quando i film di Raimi erano attraversati da una vena comica che spezzava alla perfezione la tensione delle scene d’azione e quelle drammatiche.
La mancanza del mitico J.J.J., direttore del Daily Bugle, si sente (e, a proposito, che senso ha insistere sulla passione di Peter per la fotografia se questa non si concretizza nell’occupazione da “fotografo ufficiale” di Spider-Man?).
Buona la scelta degli interpreti: Andrew Garfiled è uno Spider-Man dal fisico più asciutto e dinoccolato, più efficace quando deve interpretare il lato scanzonato dell’eroe che quello travagliato. Con il suo sorrisetto da piacione e l’abbigliamento steet-style il suo Peter Parker risulta meno sfigato di quello di Tobey Maguire che, con la sua faccia da eterno imbambolato e l’aria da perdente, riusciva meglio ad accattivarsi la simpatia degli spettatori.
Mary Jane, oggetto del desiderio sempiterno di Peter nella trilogia, è stata qui rimpiazzata da Gwen Stacy, personaggio che era stato ignobilmente stravolto nel precedente film sull’eroe.
Interpretata da Emma Stone, Gwen è ben lungi dal coltivare le velleità artistiche della rossa rivale: al contrario, è una ragazza con la testa ben piantata sulle spalle, brillante studentessa di biologia e pupilla del dottor Connors.
Al contrario di Mary Jane, che ci metteva un pò a comprendere i suoi forti sentimenti nei confronti di Peter (e nel frattempo si distraeva con James Franco, mica scema la ragazza), Gwen non ha occhi che per il suo eroe. Nel complesso ne risulta un personaggio monocorde, quasi passivo, eccessivamente serioso per una diciasettenne. Così noiosa cha anche Lizard, quando se la ritrova in trappola nelle torre, non ci pensa proprio a rapirla o usarla come esca contro il suo antagonista, ma la molla nello sgabuzziono lasciandola spiazzata come lo spettatore.
Volete mettere con la povera Mary Jane, immancabilmente fatta ostaggio dal mostro di turno, sempre presa a venir strattonata per i grattacilei di Manhattan? I suoi strilli erano parte integrante della colonna sonora.
Kirsten Dunst spezzava il cuore di Peter e al contempo dava del lavoro da sbrigare a Spider-Man: la ragazza sapeva decisamente come si tiene in piedi un film!
Chiudendo la parentesi personaggi, arriviamo alla nota dolente: il contraltare dell’eroe Lizard/Connors, interpretato dal pur bravo Rhys Ifans. Si tratta del classico scienziato che prova sulla propria pelle l’esperimento a cui lavora da una vita e, guarda un pò, l’esperimento va storto (ma quando impareranno?!). Purtroppo è un villain totalmente privo di carisma e le sue vicende ricordano troppo quelle di Octopus.
La regia di Webb è apprezzabile, ma manca la maestria di Raimi, abile nel realizzare uno stile “fumettistico” ed epico. Anche Webb riesce però in alcuni momenti a creare pathos, come nella scena in cui Spider-Man fa indossare la sua maschera a un bambino per dargli coraggio o quella in cui il notro eroe, ferito a una gamba, deve correre una grande distanza per raggiungere la Oscorp Tower.
Interessante è infine la scelta di riprendere alcuni elementi presenti in “Ultimate Spider-Man”, la versione moderna del fumetto uscita negli anni 2000: ne sono un esempio la più giovane età degli zii e la scena sul campo di basket. Come nella versione cartacea, inoltre, le ragnatele non sono incorporate, ma fuoriescono da dei polsini (anche se Dio solo sa cone il ragazzo abbia potuto procurarsele…).
Segnalo infine un divertente cameo di Stan Lee, il creatore di Spider-Man, e una scena nascosta nei titoli di coda che getta ulteriori ombre sul passato del padre di Peter.
Insomma, in generale “The Amazing Spider-Man” è un buon prodotto, godibile, ma uscendo dalla sala un interrogativo non potrà non aleggiare su tutti noi: “Ma era proprio necessario?”

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