Non me la sento di smontare completamente un film che, nonostante alti e bassi, offre comunque allo spettatore un livello di intrattenimento più che buono e tutta una serie di spunti pregevoli anche se, in alcuni casi, non troppo azzeccati; da grande fan del personaggio a fumetti aspettavo questo lungometraggio con una buona dose di ottimismo, pur conscio del fatto che non si sarebbe lontanamente avvicinato ai fasti della trilogia di Sam Raimi (o meglio considerevole come bilogia, perchè le delusioni per il terzo capitolo sono tutt’ora una ferita aperta); proprio per questo motivo, visto quanto i primi due (per me straordinari) film abbiano segnato il mio immaginario, credo si imponga non tanto la solita critica ma perlomeno un inevitabile paragone tra i due prodotti.
Partirei con la regia: può piacere o non piacere il suo stile ma non si può certo negare che Sam Raimi sia un visionario; è un regista vecchia scuola, che ha fatto pratica sul campo imparando il mestiere ed acquisendo esperienza come si faceva una volta, quando trucchi e costumi costituivano il grosso degli effetti speciali di un film e al posto della ormai sovrasfruttata cgi si utilizzavano animatronica e stop motion; uno stile visivo tipico di registi come Peter Jackson o Steven Spielberg, per intenderci (cosa non da poco), e questo nei suoi lavori si palesava dal dinamismo delle inquadrature, dai movimenti della camera e da tutta una serie di particolari che potremmo definire in “stile raimiano”, come, per esempio, inserire nelle scene particolari tipici da film horror, sua grande passione;
Marc Webb, da questo punto di vista, non credo sia nemmeno possibile paragonarlo vista la poca esperienza fin qui; qualche videoclip ed una commedia all’attivo a mio avviso erano troppo poco per affidargli un progetto ambizioso come questo, ed i suoi limiti nella regia si vedono tutti: il lavoro che ha fatto è notevole e tutt’altro che da disdegnare, come cineasta può solo crescere e le potenzialità ci sono tutte, ma la qualità delle immagini del suo spider-man sono senza dubbio inferiori rispetto alla notevole messinscena di Raimi.
Gli interpreti: col primo film gli autori si presero parecchie licenze, tra cui quella di utilizzare Mary Jane fin da subito come primo amore di Peter (tralasciando Gwen Stacy e relegando Betty Brant ad un ruolo pocopiù che da comparsa); forse Kirsten Dunst nei panni di MJ non fu esattamente la scelta migliore ma, pur storcendo il naso, si poteva guardare; il fatto che nel blocco finale la sequenza in cui il villain la lascia cadere dal ponte di Brooklyn (quando sappiamo che al suo posto ci sarebbe dovuta essere Gwen) possa destare perplessità, ma, nel complesso, la scena era notevole; la Gwen di Emma Stone è invece molto più convincente e dotata di tutto un’ altro carisma, per quanto differente il personaggio, sinceramente dispiace quasi per l’ inevitabile fine che sicuramente farà (ndr); totalmente assente il Daily Bugle in questo reboot e, di conseguenza, anche la figura del direttore J.J. Jameson, personaggio su cui ricadeva la maggior parte del fardello comico dei film e, in effetti, i siparietti nei film di Raimi erano davvero spassosi; gli zii, più credibili forse nei film precedenti (più simili per stile ed aspetto alle figure dei fumetti), in questo reboot secondo me non troppo adeguati ma abbastanza credibili, per quanto marginali le loro parti. Flash Thompson decisamente migliore in questo nuovo film, finalmente biondo e parecchio più bullo rispetto alla macchietta incolore del primo film.
Il protagonista: Tobey Maguire a mio avviso l’incarnazione ideale: non un grande comunicatore forse, molte le scene di sguardi e silenzi imbarazzanti, ma come Peter Parker era credibilissimo e sopratutto ancor più credibile come personaggio (col costume a volto scoperto era perfetto); Andrew Garfield continuo a pensare che non abbia esattamente il phisic du role: più snello, meno sornione e troppo sagace e brillante, un Peter decisamente più cool di come sarebbe dovuto apparire; come attore è certamente meglio di Maguire ma col costume è abbastanza inguardabile.
La trasformazione: la scena in cui Peter acquisisce i poteri nel film di Raimi è un capolavoro: il protagonista arriva a casa visibilmente influenzato, salito in camera sviene ed in una sequenza alla Raimi (qui i rimandi ai film horror) apparizioni di tessuti nervosi, teschi e ragni mentre le sequenze del dna si integrano di nuove strutture…impareggiabile; successivamente Peter scopre i nuovi talenti e gradualmente impara ad utilizzarli (tra cui alcune licenze derivanti dallo spidey del 2099 come la ragnatela organica e le setole per aderire alle pareti) fino alla mitica prima scena di web swing; troppo, troppo repentina la trasformazione nel nuovo film: Peter si sveglia all’ improvviso in metro, stende tre tizi solo grazie all’ istinto e, a parte la scena in cui demolisce mezza stanza causa imprevista superforza, da qui a pochi minuti padroneggia già agilità e sensi come un veterano; nel film di Raimi, inoltre, la trasformazione era totale: Peter si risveglia fisicamente cambiato, muscoloso, perchè il suo corpo ha metabolizzato le nuove facoltà (non dimentichiamo che, come spesso ricordano anche nei fumetti marvel, un ragno adulto può saltare fino a 50 volte l’ estensione delle sue zampe e sollevare fino a 100 volte i proprio peso, caratteristiche che, in proporzione, fanno di Spidey uno dei forti del marvel universe) ed in molte scene, come dovrebbe essere, spider-man fa sfoggio della sua superforza, combattendo quasi sempre alla pari col villain di turno; nel reboot c’è totale assenza di metamorfosi fisica e, a parte tenere un’ auto, all’ eroe non viene concessa la stessa forza del predecessore, anzi, gli scontri col villain sono piuttosto impari ed a senso unico.
Il villain: nel primo film si scelse Norman Osborn/Goblin, impersonato da Willem Dafoe che si rivelò la scelta ideale per incarnarlo; in questo si è optato per Kurt Connors/Lizard, il villain che doveva essere (se fosse stato girato un quarto spider-man) impersonato da un Rhis Ifans sicuramente credibile ma non del tutto convincente; Osborn/Goblin, a parte il look hi-tech del costume che molti hon hanno gradito (a me non dispiaque) come caratterizzazione era perfettamente centrato: l’ aspirazione di un magnate che per non perdere l’ azienda testa su se stesso incrementatori di prestazioni di sua invenzione che lo rendono più forte, più potente, ma gli causano un folle sdoppiamento di personalità (caratteristica distintiva del personaggio); la scena in cui parla con Goblin rivolgendosi a se stesso di fronte allo specchio è arte pura; il Dottor Connors per molti aspetti non è molto diverso: come motivazioni siamo quasi in linea con la storia dei fumetti (in cui perdeva il braccio causa ferite riportate per lo scoppio di una mina in Viet-nam) ossia utilizzare la scienza per ridare agli invalidi ciò che hanno perso; fatto ciò, grazie anche all’ aiuto di Peter (…) non viene creato il villain che doveva essere, ovvero l’ uomo lucertola che, come con Bruce Banner per Hulk, lotta con se stesso per impedire che l’ altro prenda il sopravvento; Lizard ragiona come Connors (perchè rimane Connors, non vi è la personalità rettile che prende il sopravvento) ed il suo fine ultimo, come nei fumetti, è quello di far diventare i rettili la specie dominante; in tale motivazione, però, non sempre si distingue se lo faccia per ideale oppure solo per se stesso, per brama di potere; esteticamente Lizard convince meno: enormemente smisurato, sembra più l’ aberrazione del killer croc dei fumetti di batman che il Lizard di quelli di Spider-man, più lento nei movimenti e smisuratamente forte tanto che prende l’ eroe e lo lancia dove gli par;, nelle scene di lotta fa storcere il naso, poteva essere elaborato meglio.
Gli spararagnatele: bella novità, assenti nei film di Raimi però mal utilizzati: ideati in un battito di ciglia, non vengono approfonditi gli aspetti riguardanti il funzionamento, non si capisce come Peter fabbrichi il fluido per la tela (che è illimitato, per tutto il film non si esaurisce mai…); semplicemente li crea e li usa; anche qui potevano gestire meglio la cosa.
Il senso di ragno: nei film di Raimi (specie nei primi due) è ben riprodotto e viene utilizzato in contesti oltremodo spettacolari, come dovrebbe essere; nel reboot non si capisce se Peter l’ abbia ereditato o no, dubbio che svanisce quando prima viene colpito da un taser della polizia e dopo da un proiettile alla gamba (è una regola fondamentale dei fumetti: grazie al senso di ragno nessuno può cogliere di sorpresa o colpire spider-man per primo, men che meno con un’ arma da fuoco).
Il bacio: la scena del bacio a testa in giù con MJ sotto la pioggia è storia, stiamo parlando di un momento cult ineguagliabile; Peter che con la tela tira verso di sè Gwen per poi baciarla non è la stessa cosa, mi dispiace.
La colonna sonora: i temi di Danny Elfman non si battono; gli score ti entravano in testa, costituivano il valore aggiunto di un film già pregevole; le melodie idilliache di James Horner poco si adattano ai contesti ed alle scene d’ azione e sono facilmente dimenticabili appena fuori dalla sala.
Il motto: da un grande potere, derivano grandi responsabilità; la frase chiave di Spider-man è questa; dopo quarant’ anni è ancora la principale motivazione che spinge l’ eroe ad esser tale; perchè modificarla o storpiarla!? visto quanto accade nella vicenda, in effetti, potremmo alterare l’ adagio in: potere, senza troppe responsabilità.
In generale, dal punto di vista tecnico e visivo, i film di Raimi competono più che alla pari (nonostante i 10 anni di differenza) perchè guardando la sequenza finale di questo reboot ci si accorge che la stessa sequenza finale del primo lungometraggio a cui fa il verso visivamente non era da meno;
resta comunque il fatto che non era facile sobbarcarsi la responsabilità di un film del genere su di un personaggio a cui è rivolta particolare attenzione, sopratutto con la precedente trilogia ancora fresca e rispetto cui gravava il peso del confronto inevitabile; questo reboot però viaggia abbastanza regolarmente sul suo binario, nonostante i tanti difetti parecchie cose buone emergono, come il rapporto tra Peter e Gwen e le scene di web swing tecnicamente ben realizzate, e proprio per questo secondo me il film merita la sufficienza, nella speranza che abbiano appena iniziato a grattare la superficie.

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