Il 15 aprile 1865, circa un mese prima che finisse la Guerra di Secessione, Abraham Lincoln – 16° presidente degli Stati Uniti d’America e responsabile dell’abolizione della schiavitù con la ratifica del Tredicesimo Emendamento della Costituzione – venne assassinato da una cospirazione sudista, per mano di un attore all’epoca piuttosto celebre, di nome John Wilkes Booth. I primi a finire sotto processo per quell’omicidio furono tre ragazzi del gruppo terroristico e una donna del Sud (nel film interpretata da Robin Wright Penn) che gestiva la pensione in cui i cospiratori si riunivano: Mary Surratt. La Surratt, che non aveva partecipato attivamente ad alcuna operazione, venne sottoposta a processo di fronte a una giuria militare sostanzialmente perché il vero obiettivo – suo figlio John – non era stato rintracciato dalle forze dell’ordine. Il verdetto che ne seguì venne indirizzato nella direzione che l’opinione pubblica pretendeva dal segretario di guerra Andrew Stanton (Kevin Kline) e dal neo-presidente Johnson – entrambi preoccupati di garantire stabilità politica agli Stati dell’Unione, in quel momento ancora in guerra -, nonostante la mancanza di prove contro Mary Surratt e la palese malafede di alcuni testimoni.
Un fatto di cronaca così importante per la storia americana serve a un vecchio democratico di ferro come Robert Redford per costruire un dramma di forte impronta civile, incentrato sulla non compatibilità tra esercizio della giustizia e populismo, tra principi di garanzia e sete di vendetta. La ricostruzione storica è elegante, la fotografia satura di chiaroscuri – con ombre dense e pesanti, e squarci di luce polverosa -, il cast ricco (James McAvoy, Tom Wilkinson, Evan Rachel Wood, Danny Huston, Colm Meaney) e brillante. La regia tiene a bada la retorica, mettendosi al servizio del messaggio e concedendosi pochi sussulti espressivi (l’ombrello nero contro il sole prima dell’esecuzione), ma anche tenendo il ritmo sufficientemente sostenuto da non trasformarsi in una semplice lezione di Storia. Un po’ come in Leoni per Agnelli, o nel cinema migliore di Eastwood, qui non c’è niente che conti più della morale, ma al contempo questa non “pesa” sulla storia raccontata. Cinema per menti sveglie, che lascia un’eredità ai suoi spettatori.

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La regia classica, la forza dei dialoghi

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È un film che dieci anni fa, o anche venti, sarebbe stato identico, e non è detto che questo tipo di linguaggio sia in grado di parlare alle nuove generazioni

Consigliato a chi
A tutti, perché il messaggio civile è fondamentale, e la ricostruzione storica suggestiva

Voto: 4/5

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