Libertà. Diritti. Costituzione. Giustizia. Parole o fatti? È possibile lottare per una causa, mettere a repentaglio la propria vita e una volta raggiunto il traguardo, scoprire che gli stessi garanti di certi valori sono i primi a calpestarli in nome di un fantomatico bene superiore che assomiglia tragicamente alla vendetta? È l’amara scoperta dell’avvocato Frederik Aiken, ex-capitano confederato nella Guerra Civile, e legale della signora Mary Surratt, accusata di cospirazione nell’assassinio del presidente Abraham Lincoln. Una storia portata sul grande schermo nel recente “The Conspirator”. Era il 15 aprile 1865, e al Ford’s Theatre di Washington, John Wilkes Booth uccise il presidente Lincoln. La giustizia dei non ancora nati Stati Uniti d’America si mise freneticamente in moto. Alla ricerca dei colpevoli, e di tutti i potenziali congiurati. Tra gli otto accusati finì alla sbarra anche una donna. Ma più che un processo, fu una farsa. Civili giudicati da un tribunale militare. Civili già condannati prima ancora della sentenza. Civili tenuti incappucciati nelle celle. Qualcosa che ricorda le peggiori tirannie, passate e presenti. Un cast notevole per questo film. Un sempre più convincente James McAvoy interpreta l’avvocato Frederik Aiken. Eva Rachel Wood, con ancora indosso le stigmate da lottatrice abbandonata, qui è la figlia piangente della vedova Surratt (Robin Wright), impotente di fronte al tragico destino che le strapperà via per sempre la madre. Kevin Kline è l’inflessibile Segretario di guerra Edwin Stanton. A inizio processo anche Aiken, come tutti gli altri, è sicuro della colpevolezza della donna. Non vorrebbe nemmeno difenderla. Giorno dopo giorno però, inizia a scoprire qualcosa. Qualcosa che nessun cittadino dovrebbe mai vedere. Inizia a perdere fiducia in chi ci dovrebbe difendere, e tutelare. Commette “l’errore” di mettere la giustizia sopra gli stessi sentimenti. E da apprezzato eroe militare, comincia a essere guardato con sospetto, e isolato. “In tempo di guerra la legge tace” dice sprezzante l’accusa, “Non dovrebbe!” la replica del giovane avvocato. Una storia questa vissuta anche ai giorni nostri. Con l’alibi della minaccia del terrorismo, negli Stati Uniti è stato redatto il famigerato Patriot Act e messa in atto la pratica delle “rendition”, le sparizioni forzate ai danni di presunti sospetti, torturati senza pietà in celle segrete in giro per il mondo; una linea operativa questa avvallata dall’ex-presidente George W. Bush. La pellicola segue il tragico epilogo. Dopo la sentenza, Frederik Aiken abbandona la professione di avvocato, diventando uno dei primi redattori del neo-quotidiano Washington Post, fondato nel 1877. Quello stesso giornale che quasi un secolo dopo avrebbe denunciato lo scandalo del Watergate portando alle dimissioni l’allora presidente Richard Nixon. Sulla vicenda fu girato il film “Tutti gli uomini del Presidente” (1976). A interpretare Bob Woodward, uno dei due giornalisti che seguì il caso, fu Robert Redford, regista di “The Cospirator”. Si, c’è ancora speranza in questo mondo di soprusi e prevaricazioni. Ho ancora molto da chiedere. Sappiate che avrò sempre qualcosa di rilevante da chiedere. E se anche non lo riterrete tale, mi dovrete ascoltare lo stesso. Per nessuna causa le bocche devono tacere. Non sarò mai a corto di parole. E ve ne accorgerete.

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