The Danish Girl racconta due storie.

La prima storia è una storia d’amore. La protagonista è una pittrice danese, Gerda Wegener (Alicia Vikander), una ritrattista, negli anni ’20 del secolo scorso. È sposata con Eimar (Eddie Redmayne), un insegnante conosciuto all’Accademia, anche lui dipinge, è un paesaggista. Sono la borghesia intellettuale, vivono in una grande casa luminosa vicino al porto, nel film ogni stanza sembra uno studio, ogni scenario l’origine di una veduta, già un quadro – un po’ come accadeva nel film su Turner, ma con la freddezza più composta del nord scandinavo. Quando Gerda usa Einar come modello, e gli fa indossare abiti femminili, l’uomo riscopre la propria identità, come già era accaduto nell’infanzia, e inizia la trasformazione in Lili.
La prima storia racconta la fine di un matrimonio e la rivelazione tremenda di non conoscere la persona che amiamo.

La seconda storia è una storia di trasformazione.
In un tempo ancora più complicato di questo, quasi cento anni fa, un uomo scopre non, attenzione, la propria omosessualità, ma la differenza tra la propria identità e il proprio aspetto – ed è per questo che gli abiti sono così importanti, e la pittura è il legame che resta sempre tra lui e la moglie, perché nei ritratti di Gerda e negli abiti femminili Eimar si trova già trasformato, corrispondente a sé. Il suo viaggio passa prima attraverso la propria timidezza, poi il dolore della moglie, l’ignoranza della medicina, e alla fine l’inadeguatezza della chirurgia.

Le due storie sono la stessa storia, e il pregio più grande del film, che pure ha il linguaggio e le esagerazioni retoriche – che potete immaginarvi – di un blockbuster pensato per gli Oscar, è proprio di saperle tenere insieme. E così si dice, in The Danish Girl, che se già il percorso più complicato per chiunque è nel trovare un posto e un senso per se stessi – quello che vogliamo fare, chi vogliamo essere -, la responsabilità più grande che abbiamo verso gli altri è di aiutarli a fare lo stesso, e le due cose non si possono separare.

È chiaro che siamo di fronte a una bomba retorica, e i rischi di un film del genere sono enormi, eppure con tutti i suoi formalismi (il regista è lo stesso de Il discorso del re), con tutto che Redmayne qua e là esagera un po’, c’è una storia così archetipica e importante di mezzo, così aliena eppure universale, che la commozione – non quando te la aspetteresti, ma soprattutto altrove, nella pazienza di Gerda, nella stanchezza di Eimar – ti prende a tradimento.
La vera protagonista è comunque lei, non lui, Alicia Vikander, che recita le parti della moglie, della madre e dell’amica, per lo stesso uomo, ogni volta declinando in modo diverso l’amore, mostrando senza strafare la propria devozione, la solitudine, lo sfinimento.

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Mi piace: una storia così archetipica e universale da inchiodare alla poltrona. La bravura della Vikander, vera coprotagonista.

Non mi piace: i facili scivoloni nella retorica, i formalismi esibiti e gli eccessi trasformisti di Redmayne.

Consigliato a chi: non ha paura di commuoversi.

VOTO: 4/5

 

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