Desolato del sentenziare questo film come prodotto mediocre dallo stile scolastico. The Judge, regia di David Dobkin, un passato legato principalmente a commedie, frana in un contesto mal collocato, non riuscendo nell’intento di aprire una parentesi nell’uniformità hollywoodiana, tantomeno di far dismettere a Robert Downey Jr i panni iconici che fino d’ora lo avevano caratterizzato.
Quello che doveva essere un copione alla John Grisham, per intenderci, maschera una stesura drammatica votata alle turbolenze familiari, nelle quali passato e presente fanno da sfondo alla storia thriller che scorre in sottofondo.

Al di là dello spiazzamento generale che non solo sconvolge lo spettatore, ma rende anche devastante il corso degli eventi raccontati nelle quasi due ore e mezza, la pellicola di Dobkin puzza di cliché in ogni sua forma possibile.
Henry “Hank” Palmer è un avvocato del diavolo di successo con il classico matrimonio in rovina sul groppone. Padre di una bambina, viene costretto a fare ritorno nella piccola cittadina natale a causa dell’improvviso decesso della madre. Da li ripartirà la sua vita abbandonata molti anni prima, dal rapporto frammentario con il padre ( il giudice della città), con i propri fratelli e con Samantha, la ragazza lasciata nella notte dell’addio.
E quando proprio il padre verrà accusato dell’investimento mortale di una persona, Hank avrà l’occasione di combattere due battaglie sullo stesso terreno: in palio c’è molto di più di un semplice verdetto.

Robert Downey Jr porta con se il proprio bagaglio personale, non a caso i personaggi da lui interpretati subiscono il carisma dell’attore. Ma se Iron Man e Sherlock Holmes godevano dell’arroganza spiccia, Hank Palmer non riesce a trasformarsi in un’identità sola, naufragando, proprio come la sceneggiatura del film, prima nell’uno, poi nell’altro. Non è insolito riconoscere nei dialoghi di Downey Jr qualche sottigliezza degna del miglior investigatore londinese, oppure qualche esplosione di narcisismo figlio di un ego da genio, miliardario, filantropo, playboy (cit.).
Forse rivedibile la scelta dei doppiatori italiani rispetto ai personaggi, Robert Duvall riesce comunque a portare a casa una buona interpretazione, dando al giudice Palmer la giusta combinazione di solenne, vacillante e sperduto. Sicuramente ben più a suo agio in aula di tribunale rispetto al “figlio” Robert.

Ma, ahimè, se neppure l’imprinting di Robert Downey Jr riesce a spezzare la monotonia di una stesura eccessivamente lineare, l’interesse per questo film si riduce ad una manciata di dialoghi intensi, qualche battuta spiritosa andata a segno e poco altro. The Judge fallisce ancor prima di iniziare. L’odore dell’aula di tribunale resta troppo lontano, piccoli capostipiti del settore come La Giuria e Codice d’Onore restano di ben altra caratura.

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