Di icone del grande pubblico, David Yates ne sa qualcosa. Dopo aver diretto gli ultimi quattro capitoli della saga di Harry Potter, il regista mette mano a un altro simbolo della letteratura, Tarzan, che al cinema ormai sembrava non riuscire più a scrollarsi di dosso la vetusta polvere del mito. Per rilanciarlo serviva un approccio diverso dall’origin story classica, che liberasse il personaggio dal peso della tradizione, magari anche giocandoci. Così, in The Legend of Tarzan, il regista sceglie di presentarci un John Greystoke già adulto, sposato con la sua Jane in Inghilterra, dove cerca di sfuggire al suo passato e alla sua leggenda. La crescita nella giungla in mezzo ai gorilla dopo la morte dei genitori è limitata a brevi flashback, quello che importa è il Tarzan uomo e il conflitto tra ciò che vorrebbe essere – un lord inglese – e ciò che in realtà è. Quando l’Africa lo richiama, il suo spirito si riaccende, giusto in tempo per salvare la sua donna e un Paese intero (il Congo), minacciato da mercenari e schiavitù.

È una caratterizzazione che smussa gli spigoli del Signore della giungla, donandogli una profondità psicologica inedita. Yates sa, però, che c’è anche l’aspetto più mainstream da considerare, e dunque tratteggia in lui peculiarità da supereroe: forza sovrumana, velocità, sensi potenziati, capacità di comunicare con gli animali, come se fosse uno di loro. Tutto questo non lo rende diverso dalle figure che animano i cinecomic di oggi: è chiaro come l’obiettivo sia avvicinare Tarzan alle nuove generazioni, che di Johnny Weissmuller – il primo a portare il personaggio sullo schermo negli anni Trenta – o Christopher Lambert non hanno mai sentito parlare.

Costruito il suo protagonista (modellato sul fisico scultoreo di Alexander Skarsgård, muscolare ed espressivo quanto basta per il ruolo), The Legend of Tarzan può rivelarsi spensierato per quello che è: un action adventure molto lineare e dal buon ritmo, che sfrutta la bellezza di Margot Robbie, le capacità da villain di Christoph Waltz e il talento di Samuel L. Jackson nell’interpretare la spalla comica dalle battute a effetto. Divertimento e romance si uniscono a guizzi emotivi da ricercare soprattutto nel rapporto tra Tarzan e gli animali della giungla, ognuno dei quali è stato ricreato al computer. Peccato che sia proprio la CGI ad avere i maggiori problemi, in quanto lo stacco tra ciò che è in carne e ossa e ciò che non lo è si distingue a occhio nudo troppo facilmente. Manca, per intenderci, la stupefacente illusione di contatto della versione live action del Libro della giungla targata Disney, e il film non può che risentirne.

L’urlo di Tarzan, comunque, riecheggia con nuovo vigore. E arriva forte e chiaro.

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Mi piace:
Il taglio scelto da David Yates per svecchiare la storia.

Non mi piace:
Waltz nei panni del villain non riesce a schiodarsi dal modello Hans Landa di Bastardi senza gloria. E la CGI approssimativa.

Consigliato a chi:
Pensa che il mito di Tarzan non avesse più nulla da regalare.

Voto: 3/5

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