“The Program” (id., 2015) è il ventiduesimo film del regista inglese Stephan Frears.

Come quando un atleta attore di se stesso e vincitore di sette Tour de France fallisce miseramente la prova definitiva di un film irripetibile e di un destino che sembrava già scritto: tutto goffamente in archivio e tutto vistosamente programmato in un connubio di forze e di alchimie ‘sanguigne’ che rasentano l’indescrivibile e il ridicolo umano. Tutto è oltre che par vero il fantastico connaturato in una vita già inscritta nell’apologo di un autunno spoglio di tutto e di uno sguardo sfinito. Il Lance Armstrong che fu visto appare ora (non soltanto dopo questo film) un barlume di onore melmoso senza nessun piedistallo e il fantastico palmares 1999-2005 della ‘Grande Boucle’ si legge come sconfitta slabbrata di un entourage sportivo (dentro e fuori la squadra dell’americano) che ritenne di voler vincere tutto ad ogni costo senza scendere mai dall’impero di un’umiltà-metallica e di un acciaio-lacrimevole servo un cervello asettico da emozione e tremore umano.

Stephan Frears disegna un documento film senza grandi sussulti e con una linearità alquanto nemica del grande schermo e un distacco dagli avvenimenti da par suo: un modo che rende dignitoso il tutto e credibile la ricostruzione delle situazioni. Certo il personaggio del medico italiano è tirato un po’ via e le maestranze della carta stampata sono lì a fare domande e a non porsele, certo oltre lo sguardo di Lance i visi sono tagliati con misure approssimative e i traguardi (taroccati) sono rimediati in uno panorama d’insieme, certo i Champs-Elysèes sono fotografati per dirci che siamo lontani e gli archivi televisivi ridotti ad un documento già visto, ma il film di Frears ci offre aspetti positivi senza un abbasso ad un gusto soporifero o quantomeno riluttante.

Frears non si compiace di nulla e quello che ci racconta è estraneo al giudizio della macchina da presa con una leggerezza asettica e un compiacimento assente. Una prova che non è piaciuta a parecchi (alla proiezione in una multisala una decina di spettatori mentre nelle altre proiezioni lo stacco dei biglietti è stato generosissimo) e ha suscitato molte smorfie; ritengo il film una prova onesta e più che dignitosa con un raccordo non facile tra avvenimenti ‘raccontati in tv’ e una finzione operante in luoghi ristretti. Il regista ha spesso operato su personaggi reali rivisitati con una ‘immedesimazione’ attoriale forte e convincente. Qui Ben Foster riesce nell’impresa (improba e difficilissima) di rendere credibile il ciclista ‘epo-programmato’: certo Lance ha recitato oltremodo bene il suo nella realtà e sostituirlo appare illogico ma il film salta a pier pari il reale per rendere la finzione (conferenze stampa) il dolce inganno (riuscito) di un clamore mediatico tra rigetto finto e irreale mondo del cinema. La realtà ha superato ogni fantasia umana e l’epilogo (già scritto e programmato dal titolo) suggella un andirivieni piatto di uno sport senza anima (com’è tutto finto) per un uomo senza vittoria (togliersi dal giro per assecondare l’epo-insistenza di non prendere nulla). Piatto in un film che arriva in una salita dove scompare (per sempre) l’eroe dei nostri tempi fasulli.

Voto: 6½ .

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