Nella desolazione dell’Outback australiano, anni dopo il completo collasso della società civile, Eric (Guy Pearce) è in viaggio verso una meta sconosciuta, deciso a lasciarsi alle spalle ogni ombra del proprio passato. D’un tratto, mentre l’uomo siede in una bettola, tre banditi in fuga rubano la sua auto; Eric si lancia all’inseguimento, non vuole che gli venga portato via quel suo unico mezzo che, forse, rappresenta anche il suo ultimo scopo. La sua strada si incrocia quindi con quella di Rey (Robert Pattinson), un giovane ferito e mentalmente disturbato che si rivela essere il fratello di uno dei rapinatori.

Dopo Animal Kingdom, l’apprezzato David Michôd torna a dirigere Guy Pearce in un road movie dove il tema principale è la deviazione: intesa inizialmente come pericolo, ostacolo alla ferma determinazione del protagonista, col progredire della vicenda e la conoscenza di Rey, essa appare anche come opportunità, l’occasione per Eric di scegliere un nuovo percorso.

The Rover è una sorta di western ambientato in un prossimo futuro, quando la spietatezza del tempo avrà irrimediabilmente indurito ogni aspetto dei sopravvissuti e cosi anche un contadino sarà costretto dagli eventi a diventare un feroce pistolero “vagabondo”.

Per interpretare Eric, Pearce lavora in sottrazione, offrendoci una performance decisamente all’altezza delle aspettative. Pattinson invece, nonostante la convincente interpretazione formale, pare deciso a recitare in qualsiasi ruolo, anche nel più estremo, solo per dare prova di essersi scrollato di dosso il vampiro Edward della saga di Twilight.

Immerso quasi costantemente in una spenta luce azzurrina, il film compie una parabola sui due protagonisti, analizzandoli senza mostrare verso di loro alcuna empatia: Michôd osserva tutto con occhio calmo e distante, scuotendoci all’improvviso attraverso repentine sequenze d’azione, rese ancora più violente proprio dal suo sguardo globalmente asettico. Anche nei momenti in cui Eric e Rey si troverano emotivamente più vicini, la scansione rigorosa e simmetrica delle inquadrature epura i loro contatti da ogni calore, forse perché in un futuro del genere non c’è spazio per una speranza tangibile.
L’unica emozione ammessa è il rimorso, l’ultimo frammento di umanità.

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Mi piace: lo sguardo calmo e distante del regista che viene scosso da repentine immagini d’azione
Non mi piace: l’eccesso di dilatazione narrativa che rischia di stancare
Consigliato a chi: è alla ricerca di un cinema spiazzante e dallo sguardo feroce

VOTO: 4/5

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