The Tree of Life, il film di Terrence Malick, è un’opera che ci è parsa carica di troppe ambizioni. La più determinante delle quali è probabilmente l’aver voluto entrare prepotentemente nel campo delle Grandi Domande e delle Grandi Risposte. Senza riuscire a formulare in modo persuasivo le prime, né tantomeno a fornire le seconde. Ricordiamo che il grande Kubrick ci aveva provato anche lui nel suo indimenticabile film di fantascienza, dandosi dei limiti più rigorosi e ottenendo ben altri risultati.
Tolta l’aura oracolare, rimossi gli orpelli – soprattutto vocali – che lo adornano, resta qui poco più di un film amatoriale, di quelli girati da un padre di famiglia americano con la sua brava cinepresa giapponese, buono per torturare gli ospiti dopo una cena a base di pollo fritto e succo d’acero. In genere quelle pellicole narrano la storia dei piccoli di casa, dalla nascita all’adolescenza, e vi appaiono enigmatici primi piani, sguardi allegri e torvi, le difese della madre dagli eccessi d’ira del genitore (nemmeno troppo violenti), nonché molti abbracci di riappacificazione che agli spettatori occasionali appaiono insulsi e casuali, poiché non esiste uno sviluppo narrativo che li abbia preceduti e giustificati.
Non si può escludere che l’autore di quei film domestici nutra inconfessate aspirazioni artistiche, il che lo spinge, per evitare una certa ripetitività, ad inframmezzare alle scene familiari (a loro commento?) immagini mirabolanti, quali campi di girasoli, cascate, eruzioni vulcaniche, foto di pianeti e di galassie (ma a chi vede capiterà anche di pensare: “quelli di National Geographic lo fanno meglio”…). Spesso la magniloquenza visiva raggiunge livelli insostenibili e alla noia degli spettatori, già provati, aggiunge fastidio.
Poiché i film amatoriali possono avere anche una colonna sonora, ecco che tocca udire musiche misticheggianti, di quelle che oltreoceano usano suonare ai funerali (ogni tanto ci scappano dentro anche Bach e Smetana, ma il risultato non cambia).
Ma non è finita qui. La spinta creativa del cineamatore lo porta a volare ancora più alto: ora si vede il figlio maggiore, già adulto, vagare dentro case alla Richard Meier e tra grattacieli di Philip Johnson, salire e scendere in ascensori panoramici, in preda ad un’incomprensibile inquietudine. Il povero Sean Penn, chiamato interpretare un simile personaggio, è palesemente smarrito.
Del finale non parleremo: basti dire che si tratta di un gran finale enfatico, dove i caratteri visivi e musicali già descritti sono portati all’estremo.
Concludiamo chiedendoci come i giudici di Cannes abbiano potuto premiare una simile opera (di proposito diciamo opera e non film: se si presentasse come un prodotto di video art potremmo di buon grado resettare i nostri strumenti critici…). Forse la commissione proveniva da una nottata di stravizi oppure, più realisticamente, si può supporre che abbia dovuto sottostare a direttive simili a quelle vigenti nei premi letterari, dove i riconoscimenti se li spartiscono i principali editori. Qui le più importanti case produttrici.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film