Dopo “4:44 L’ultimo giorno sulla Terra” d’Abel Ferrara (2011) e “Cercasi amore per la fine del mondo” di Lorene Scafaria (2012), giunge puntuale anche quest’anno un film sull’argomento “tu cosa faresti se fosse l’ultimo giorno sulla Terra?” La piccola coprotagonista è già orfana di madre e ha già vissuto il decesso per leucemia d’una sua coetanea. Per dire che la morte, fino a prova contraria, è al lavoro sempre, 24 ore su 24, non ci vuole il genio del Bergman de “Il settimo sigillo” per comprenderlo. Eppure s’insiste a considerare l’apocalisse come un giorno diverso, particolare e straordinario, in cui si svelerebbe la più profonda natura degl’esseri umani. Natura ch’invece si mostra quotidianamente, nel nostro perdurante regime di mortalità che ci rende tutti “dead men walking”. Presupposto sbagliato, ergo tasso di retorica elevato. In sovrappiù qui c’è l’aggravio dello specifico plot: un adulto molla la propria donna incinta, poi recupera il ruolo paterno con una bimba sconosciuta e infine torna dall’abbandonata, anche se le motivazioni per la 1a scelta non trovano, “on the road”, alcuna adeguata, significativa, valida e convincente obiezione logica per esser modificata. Il pascaliano “le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point” tronfio e trionfante.

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