Fatto con 3 cortometraggi pescati dall’immondizia del peggior Arriaga, tenut’assieme dal filo di bava d’un’insuls’idea metanarrativa còlta dalla sputacchiera di Kaufman, così sofisticato da richiedere il pront’intervento dei NAS. Le singole vicende vorrebbero parlar d’amore quand’invece son meno d’un calesse e col coinvolgimento emotivo d’un surgelato, i personaggi si e ci flagellano chiedendosi cosa sia ‘st’ammmore però il primo a non saperl’affatto è proprio Haggis che si confonde col melò. L’aggiuntiva riflessione sperimentaloide è una boiata ch’offende pur’i boia e il bandolo della matassa del pastrocchio virtuosistico giung’alla prima discrepanza spaziale dop’appena 20 minuti su 137 (una maratona d’atletica può avere una durat’inferiore e non essere tanto massacrante). La Wilde mostra le minizinne e il lato b sottotono, il 60enne Neeson sfida in panza il quasi coetaneo Depardieu, Scamarcio è più credibile di Brody, siam’alla sagra del miscasting compresi la Kunis e Franco, la Basinger e i bimbi, “pretestuosi terz’incomodi delle non storie”. Ambientato tra Roma, Parigi e New York, girato quas’interamente nella nostra capitale con un’incursione in Puglia, partorito da un regist’incartatosi nel suo stesso puzzle autoreferenziale, non ha convinto né critica (23% su RT) né pubblico (circa un milione di dollari al box office: “catastrofico insuccesso commerciale”), e quest’è l’unica notizia buona: “(Don’t) Watch me”.

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