Commenti su questo film ne ho sentiti molti e tutti divergenti tra loro: è stato definito deludente, lento, sconclusionato, senza una trama vera; ma anche bello, sorprendentemente bello, toccante. Così ho deciso che dopo quasi tre settimane dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, era arrivato anche per me il momento di vederlo e poter dire la mia. “This must be the place” è, a mio parere, uno dei più bei film che si siano visti negli ultimi anni. Sì, forse può sembrare che a Sorrentino piaccia “vincere facile”, d’altronde il protagonista del suo film è niente poco di meno che Sean Penn, ma si sa non basta solo un ottimo artista per fare un buon film. Sorrentino è riuscito a creare un film bello, con un attore che interpreta il suo ruolo egregiamente. Cheyenne rappresenta l’artista d’altri tempi che si trova catapultato nell’era moderna, ma non è preparato a tutto ciò: il mondo intorno a lui è cambiato, ma lui no; per questo ancora si trucca come quando saliva sul palcoscenico, per questo vive un’esistenza che sembra quasi non appartenergli. Il mondo intorno a lui si muove ad una velocità normale, ma lui è lento, ancorato al passato. Pensa di essere infelice ma in realtà è solo profondamente annoiato, insoddisfatto. Così, alla notizia della morte del padre, parte per questo viaggio negli Stati Uniti. Cerca il nazista che ha recato offesa al padre, ma in realtà trova anche sé stesso; attua una vera e propria crescita interiore che viene presentata al pubblico tramite emblematici atteggiamenti: la sigaretta, il prendere un aereo dopo 35 anni, e soprattutto lo spogliarsi degli abiti di Cheyenne rockstar, per vestire quelli dell’uomo. E mentre dall’inizio del film si porta dietro la valigia, come peso di una vita passata che non riesce a lasciare andare, nell’ultima scena non porta niente con sé: è pronto ad iniziare una nuova vita, anzi è pronto finalmente a vivere davvero, dopo tanti anni.
Le musiche perfette, fotografia e paesaggi impeccabili. Dialoghi mai banali, ma azzeccati; un film drammatico, sì, che riesce a far sorridere di gusto in alcuni momenti. Credo che oltre alla (discutibile) lentezza, non ci sia niente da obiettare a questo che oserei definire un capolavoro degli ultimi anni.

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