La prima cosa che si nota guardando l’ex rockstar Cheyenne non sono le sue labbra increspate di rossetto o la sua capigliatura tremenda,ma bensì i suoi occhi blu,come il cielo e come il mare. In contrapposizione con la sua anima nera. O almeno così sembra. Sean Penn era stato chiarissimo sulla figura di Cheyenne,dicendo che “Sorrentino fa film veloci su personaggi lenti”. E Cheyenne ha una vinta lenta e silenziosa,un’esistenza sterile,chiusa nella sua tremenda noia,che scambia incessantemente per depressione. This Must Be The Place è un film immenso,un poema eterno e incessante sulla monotonia della vita e la ricerca di sè stessi. Riesce ad essere un’esperienza mistica,che riesce a portarci alle origini dell’animo umano e a diventare un vero e proprio film alla Sorrentino. La prova di Penn è eccellente. Nella scena in cui sbraita contro David Byrne,in un cameo in cui interpreta se stesso,sembra che la pelle gli si possa staccare da un momento all’altro dal corpo e che possa decomporsi davanti agli occhi degli spettatori. La caccia al nazista diventa il fondamento della storia e vero motore della vicenda. Ma come in ogni film di Sorrentino, è il personaggio ad essere più importante della storia,molto più importante. Tutto il film è costruito su genesi,conflitto,fine e sviluppo dei fantasmi di una rockstar che si sente poco amata e medita un’esistenza lenta e impossibile. Cheyenne si fa cacciatore di nazisti. Sorrentino è un regista geniale e controverso anche perchè riserva pizzicotti,qualunque cosa faccia. Anche in questa trasversale interpretazione della vita come viaggio on the road riesce a modificare ulteriormente la sua idea di cinema estremo,portato oltre ogni limite. Chi prende come una provocazione questo film,però dovrà stare alla larga dalla sala. L’ennesima figura stigmatizzata e stigmatizzante creata da Sorrentino non ha i patetismi e i didascalismi tipici del genere. Lui “scrive stronzate per ragazzini depressi” e basta. Non è un innocente,ma non lo si può considerare del tutto colpevole. Inanzitutto è una figura che non si dimentica. Tralasciando tutti i vari insegnamenti sulla Shoah,Sorrentino non prende posizione e con un finale forte,estremo e potente,ridà voce a tutti i milioni di ebrei sterminati nell’Olocausto. Una voce che grazie a Cheyenne ha ripreso a cantare e a risuonare nell’aria. Quello di Sorrentino è un cinema classico che riesce a lasciare un’impronta nel moderno e a non addomesticare una figura audace e voluta come quella del protagonista. Ma di fronte alla prova di Penn,non si può non notare un cast eccellente: da Frances McDormand,attrice eccelsa,che fa una prova equa alle sue capacità;a Eve Hewson,figlia di Bono Vox degli U2,a Judd Hirsch. Sorrentino non ha motivi caustici per il suo film,non vuole incolpare nessuno. O meglio vuole incolpare tutti. Parlando della Shoah riesce a fare luce sulla modernità con i suoi problemi (figli con paure e mamme spaesate, uomini che scappano da un destino difficile, adolescenti che si comportano come adulti e adulti che sono rimasti bambini e che magari si scoprono adulti,solo dopo aver finito la propria missione,o quello che più ci si avvicina): Meditate che questo è! O vi si sfaccia la casa,la malattia vi impedisca,i vostri nati torcano il viso da voi.

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