“Torneranno I prati” (2014) è il diciottesimo lungometraggio del regista bergamasco Ermanno Olmi.
Dopo ‘Il villaggio di cartone’ (2011) il ‘vecchio’ del cinema italiano torna con un film ‘incisivo’ e di ‘ricordo’ di un padre che è stato sul fronte a cui l’inciso finale disegna una mestizia di suffragio ad una prima guerra mondiale (1914-18) che ha lasciato sul fronte italiano morti e morte in un sanguinario continuo che a cent’anni dal suo inizio sembra ancora scorrere nella memoria lucida e stanca di un ottantatreenne che si è lasciato andare sulle parole di racconto del suo genitore ‘ragazzo’ partito come tanti e tantissimi e come stanchi in un chiuso postdatato di una trincea notturna. Il chiuso della guerra in un chiuso d’animo, con una speranza spenta e disillusa tra nevi che coprono un nascondiglio disperante sopra le montagne di un’Italia stremata, persa e schiumata tra i biancori freddi di occhi celati, volti asfittici e nascondi-menti in copertura perenne. Attese e attese vani, tempi spenti e cieli plumbei e anneriti che giammai schiodano verità o allucinazioni visive di goduria blasfema mentre un canto accorato di vezzeggiativo legame alza un soldato nel rito stringente di una guerra nascosta, aggrumata e penitente sul palco altisonante di bombe, rumori, distruzione e croci sopra la coltre di neve.

Olmi scuote l’animo di ciascuno con una poeticità sincopata, dimessa, compita, lignea e, soprattutto, legata interamente ai visi interiori mai visti: uomini che hanno combattuto una guerra più grande di loro con una paura inconscia mai domata nel silenzio spettrale di un avamposto (ricostruito) tra le cime appuntite di monti lasciati per sempre e mai (più di sempre) incrostate di fuoco vivo che ogni soldato aveva (lacerandosi tutto) nel freddo raggelante di bombe arrivate a colpire. E’ la poesia del disperso perenne che giammai ritrova un sentiero per tornare mentre il ricordo delle parole (teatralmente asciutte) sfiorano i fiocchi di neve e arrivano allo spettatore quasi in modo impalpabile in un residuo secolare da meditare a lungo come deposito di viva memoria in uno biancore rinato da sembrare eterno. E’ la neve di un nido da curare mentre il candore di un canto popolare cerca di estirpare il mondo appiattito e inverecondo, spenti di umane sentenze. L’inferno della guerra è dentro il colpo in canna che un soldato fa fuori e sradica la propria vita da ogni segnale terreno, lugubre e ghiacciato, per aprire ad un alto che abbandona ogni vile preghiera e un segno della croce per sommergere i morti e il destino incapace di volare. La Croce disegna ogni uomo e il suo animo dileguato mentre (quasi sornione) un occhio cerca di vedere quello che non c’è: è il nemico fuori si trova dentro mentre l’avamposto unico (metafora di un set sempre-eterno e quasi-inamovibile) è lì con noi e con i padri diventati cenere di qualsiasi presente e di un futuro che in alto (ripresa sfuggevole e quasi idioma di una carezza celeste) porta con se una ‘chioma’ di neve e una luce cadente (di segnale indesiderato) brucia l’albero della vita da considerare (forse la propria).

Ogni lettera arriva, ogni fiocco cade, ogni sottofondo è tetro, ogni rumore è raggelante, ogni voce è lacrima, ogni respiro è svuoto, ogni altro è ordine, ogni ordine è nullo e ogni nullità è in un uomo che è arroccato al proprio notturno in un’altura di trincea mai così vile e solitaria. La morte arriva dietro e davanti senza mai perdersi. Si ritrova sempre. Una ripresa radente e bassa, gesticolata al minimo impercettibile e una sola inquadratura dall’alto (in trincea di set accalorato) che dilegua il gruppo e il sogno di una casa da rivedere. E’ l’alto che osserva in un pessimismo laico-ante e in uno sfondo di passione da staccare ogni sopra e una speranza di vita nel destino mesto e spudorato. E Olmi quasi attende un piccolo segnale (giammai risposte) ad una guerra (‘bestia’ come il sottotitolo dichiara alla fine) che nessuno desidera ma che da ragazzo ha sentito tante volte (nel racconto del padre a cui il ‘film-omaggio’ è dedicato). E il Dio in Olmi aspetta l’uomo mentre il regista pare chiamarlo con un coraggio lieve e dimesso. Solo un piccolo venticello (quasi biblico) accarezza la trincea nel chiuso per allontanare (di poco) una piccola carta o forse una frase di una lettera dispersa (per sempre) tra la neve.

Con una scelta attoriale oculata e precisa (come sempre gli è riuscito al regista italiano) la storia esile e quasi nulla in un buio da palco (di montagna) si regge sui visi e gli sguardi minuti (e rappresentativi) di Claudio Santamaria (l’ufficiale), Alessandro Sperduti (il tenente), Francesco Formichetti (il capitano), Camillo Grassi (l’attendente), Niccolò Senni (il dimenticato), Domenico Benetti (il sergente), Andrea Benetti (il caporale) e pochi altri. Un cast ristrettissimo e minimo per una trincea unica e una ripresa senza adunate. Quello che vive dentro (come un residuo che parte da lontano) affiora in immagini d’epoca (brevi ed efficacissime) sulla fine del conflitto e la pace mentre il ‘piccolo’ film olmiano chiosa con brevi didascalie e una musica di sottofondo leggerissima come un fiocco di neve,

Voto: 7+.

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