Non è mai impresa facile dire qualcosa di nuovo e utile in materia di film d’azione, in cui le cose che vengono mostrate allo spettatore sono tante, grazie a un montaggio dal ritmo sostenuto, dove il messaggio in sé, i ruoli dei personaggi e i desideri che li spingono all’azione vengono marcati nettamente per essere poco ambigui e facilmente comprensibili – rendendo il cinema d’azione fisiologicamente portato alla scrittura di personaggi e situazioni stereotipate – dove l’aspetto tecnico del cinema cerca di essere colonna portante al fine di sostenere l’impianto narrativo del testo filmico. Ed è proprio il mezzo cinematografico attraverso la sua esasperazione visiva, paradossalmente senza consistenti colpi di scena, senza troppi elementi concettuali e letterari, e la sensazione ripetuta del “già stravisto” a rendere la saga di Transformers sempre (con alti e bassi) godibile.
Michael Bay giunge così al quarto capitolo cinematografico (che è anche inizio di una nuova trilogia) del franchise dei robottoni della Hasbro. Come per i precedenti film, che spiegano le origini di qualche fenomeno in maniera alternativa, le prime sequenze di questo ci mostrano la vera causa dell’estinzione dei dinosauri, operata per mano di misteriose astronavi aliene. Il racconto prosegue cinque anni dopo agli eventi distruttivi che si erano abbattuti su Chicago. Ora c’è un complotto paragovernativo, supportato anche dal Transformer mercenario, Lockdown, contro gli Autobot, visti ormai come una minaccia per il pianeta terra e quindi costretti a nascondersi. Inoltre, il governo americano, con l’opera dell’ingegnere Joshua Joyce (Stanley Tucci, uno scagnozzo in veste comica degli antagonisti) sta creando un metallo, grazie all’utilizzo delle carcasse dei cervelli dei Decepticon, che permette la produzione di un esercito di robot per la Difesa. Sarà uno squattrinato, ma caparbio inventore Cade Yeager – interpretato dal tutto muscoli Mark Wahlberg, che ha già lavorato per Bay in Pain & Gain – Muscoli e denaro (2013) – a ritrovare involontariamente Optimus Prime, ora veicolo arrugginito, in un cinema abbandonato a causa delle attuali proiezioni digitali. Qui sta una chicca di questo film: inserirci all’inizio un messaggio meta-cinematografico, indicato dal fatto che il leader degli Autobot viene ritrovato proprio in una sala cinematografica in rovina, con locandine di western d’altri tempi che fanno ripensare a una purezza originaria del cinema che cancella la mediocrità e il progresso digitale, quello che paradossalmente lo stesso cinema di Bay porta avanti.
Accanto al protagonista Cade Yeager, agiscono anche sua figlia Tessa e il di lei fidanzato, interpretati rispettivamente dai giovani, poco conosciuti, Nicola Peltz e Jack Reynor, che fanno comunque il loro sporco lavoro, anche perché i protagonisti veri di Transformers sono sempre i robottoni.
Ormai la differenza tra il girato dei giganti robot creati con la CGI e il resto filmato senza il suo impiego non è più percepibile, rimane tutto molto fluido, e l’occhio ne è appagato: lo si nota nelle coreografie degli scontri con tanto di scintille, nei momenti in slow-motion e particolarmente nella cura del dettaglio in un’inquadratura con Lockdown e i riflessi di luce sulla sua corazza.
Le cose che succedono in questo film sono molte, e molte ingombrano e sono solo rumore sferragliante – tanto da far sentire sul groppone dello spettatore la notevole durata del film. Meritano però un plauso alcune sequenze, come quella citata prima sul cinema abbandonato, alcune gag sulle invenzioni e i rapporti famigliari dello strampalato inventore, l’inseguimento adrenalinico della CIA per arrestare Cade Yeager e i suoi comprimari, alcune scene al rallentatore veramente spettacolari, tutta la parte finale girata sul territorio orientale di Hong Kong (utile per la raccolta di capitali cinesi), e lo scontro verticalizzato da un balcone a un altro di un complesso residenziale della città cinese.
Chi si approccia a questo film deve valutare questo prima di snobbarlo totalmente: il virtuosismo registico non sta nella sceneggiatura – alquanto brutta, prevedibile e con dialoghi che cadono a tratti nel ridicolo – ma a quanto in là si possa spingere ed elevarsi verso vette sempre più grandi il cinema digitale di sballo adrenalinico, con tutta la sua esibita sottomissione ai colossi mediatici e alle esigenze commerciali (nolenti o volenti il cinema è anche consumismo, soprattutto in questi casi una vera e propria macchina per far soldi), in cui risiedono comunque messaggi di fondo, banali però espliciti: il genere umano sbaglia, è nella sua stessa natura, ma può sempre cercare una via per rimediare ai suoi errori dettati dall’egoismo. Bisogna sempre tenere un equilibrio, e questo nuovo capitolo ci è riuscito nonostante gli enormi difetti che rendono il film sgradevole e noioso nella parte centrale del film.

Voto: 3/5

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