Le conseguenze della… compassione.
Ovvero storia di un uomo solo (Sebastiano Filocamo), che vive in un albergo abbandonato cambiando di tanto in tanto la propria stanza, e agisce per conto di una banda di ungheresi che trascina in Italia ragazzine adolescenti senza famiglia per obbligarle a prostituirsi. Il nostro uomo fa il “trasportatore”: grazie a lui, e ai suoi molti passaporti falsi, le ragazze arrivano oltre confine senza intoppi, sempre in tempo. Il nostro uomo osserva, obbedisce, non si fa toccare da quanto accade intorno a lui. La sua responsabilità inizia e finisce con i suoi compiti. La sua serenità, è ridotta al presente: nel passato si nascondono scelte, traumi e abbandoni che ogni tanto affiorano al sonno o alla veglia, e che lui preferisce non toccare. Il suo nome è stato cancellato da una morte fasulla e dalla compiacenza di un amico.
Tutto bene, o almeno tutto regolare, fino a che qualcuno decide di mettere i bastoni tra le ruote alla banda: l’ultima ragazzina della tratta (Orsi Toth), è orfana ma non sola. Ha un fratello, che allerta la polizia internazionale. A questo punto la ragazzina non è più un’opportunità, ma un problema, ed è sempre il nostro uomo che deve farla scomparire. A meno che qualcun altro della banda non li trovi prima…

Opera prima di Federico Brugia, finora regista di spot televisivi, Tutti i rumori del mare è un’opera “jazz”, un fluire di immagini, suoni e voci che vuole suggerire più un percorso di coscienza che un semplice racconto. Tra thriller e storia d’amor platonico, proprio come in Le conseguenze dell’amore – che sembra il modello esplicito – , il film di Brugia ha l’unico torto di restare  un po’ compresso dalla sua volontà di lirismo (la colonna sonora onnipresente, la scrittura sempre ricercata della voce fuori campo, gli sbuffi di inchiostro che invadono le inquadrature a suggerire gli stati d’animo della ragazza), che si manifesta in pratica senza pause, insistendo sul medesimo tono. I fatti così passano quasi in secondo piano, mentre il film si srotola con lentezza “subacquea”, valorizzato dalla bella fotografia di Gergely Poharnok e da una postproduzione che “schiarisce” il quadro, rendendo tutto algido e – ancora una volta – un po’ distante.
Da segnalare i camei amichevoli di Rocco Siffredi e Malyke Ayane: quest’ultima regala anche al film il bellissimo brano che corre sui titoli di coda, Grovigli, che sarà incluso nel nuovo album in uscita a settembre.

Leggi la trama e guarda il trailer del film

Mi piace
La regia ricercata e inventiva, la colonna sonora jazz

Non mi piace
Troppo lirismo, poca narrazione: il lato thriller funziona poco

Consigliato a chi
A chi cerca un cinema italiano diverso, ricercato, perfino un po’ algido, sulle orme di Sorrentino.

Voto: 3/5

© RIPRODUZIONE RISERVATA