Spirito natalizio, panettoni, spumanti, Pieraccioni e l’allegra combriccola arrivano al cinema: in palio l’ambitissimo primo posto al box office.

Pieraccioni da anni galleggia in una terra di mezzo fatta di mediocrità. Dopo il meritato exploit iniziale del famoso trittico Laureati – Ciclone – Fuochi d’artificio, gli anni a seguire hanno regalato luci ed ombre in percentuale soggettiva. Favole che animano il suo modo di essere e di fare, che lo portano perennemente a mostrarci un mondo colorato e spensierato. Il suo personaggio è sempre il solito, una caricatura accentuata a volte allegra e buonista, spesso pretenziosa e indigesta. Per un regista che da anni segue il sogno di ritornare a dirigere una pietra miliare del cinema italiano, il tentativo di rimescolare le carte riguardando al passato appare un tantino disperato. L’influenza della sua prima opera, “I Laureati” appunto, è piuttosto marcata al di là dell’omaggio che riserva alla famosa scena del ristorante.

La storia parla di Arnaldo, marito e padre, che in seguito ad un equivoco con la moglie lascia il nido domestico per divedere un appartamento con giovani universitari. In breve ne diverrà la chioccia condividendo i loro problemi.

Passano gli anni e Pieraccioni si sposta dall’altro lato della barricata, ora non più studente con la vita davanti, ma uomo maturo dispensatore di consigli e giudizi. La trama potrebbe anche funzionare, soprattutto nel restare in linea con l’istrionicità che da sempre caratterizza il regista toscano. Non mancano battute divertenti, i suoi famosi compagni di avventure Panariello e Ceccherini e la nuova linfa portata dalle new entry, un mix formato dalla freschezza dei quattro ragazzi protagonisti e dallo zoccolo duro della comicità nostrana quali Marzocca e Battista.
A far storcere il naso resta uno svolgimento lineare, il naufragare nei luoghi comuni e soprattutto un’eccessiva dose di buonismo che a lungo andare può risultare estenuante. I personaggi, Pieraccioni in primis, sono estremamente pittoreschi, e la loro gestione ne risente in malo modo. Basti pensare a Panariello e Ceccherini , discutibilmente frenati e sprecati, ma almeno risparmiati dall’imbarazzo del trattamento Iacchetti.

Nonostante il cambio di scuderia (da Medusa a RaiCinema), la maturità di Pieraccioni è ancora rimandata. Un pò colpa della sua eterna sindrome di Peter Pan, un pò per qualche parentesi dall’aria un pò troppo “meritocratica”.
“Un fantastico via vai” si colloca quindi in quella mediocrità famosa, che senza strafare o penare diventa un passaggio incolore nelle sale cinematografiche.

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