Per andare avanti bisogna guardarsi indietro e superare quell’impasse nostalgico che ci avvinghia al passato e fa scivolare di mano il futuro. Leonardo Pieraccioni rispolvera un paradigma classico e si traveste da spirito del Natale (fuori stagione), ripercorrendo quelle esperienze centrali e significative che segnano la strada della gioventù e il passaggio all’età adulta.

Quattro giovani studenti universitari tra gravidanze inattese, amori multietnici e complicati rapporti genitori/figli sono gli ingredienti principali del racconto. Il set è, neanche a dirlo, una città toscana. La scelta stavolta è ricaduta su Arezzo dove Arnaldo (Pieraccioni) ha un lavoro a tempo indeterminato (in banca), una bella moglie (Serena Autieri) e due figlie (gemelle). Una vita perfetta, in apparenza. La nostalgia dei tempi andati si fa sentire e prende il sopravvento quando la consorte caccia Arnaldo di casa accusandolo di misfatti non compiuti. Approfittando della “pausa di riflessione” forzata, il protagonista si ritrova così a condividere l’appartamento con quattro studenti. Da elemento di disturbo, il “vecchio” si trasformerà in mentore e guida spirituale dei ragazzi, capace di risolvere ogni situazione, anche la più complessa, in un batter d’occhio, quasi fosse in possesso di chissà quale polvere magica, o avesse rubato di nascosto la bacchetta di sambuco a Harry Potter.

Con l’idea di dover credere nei propri sogni, e non aver paura di viverli, Pieraccioni pecca di troppo buonismo, consegnando una visione della vita eccessivamente ingenua e idilliaca. In una società in piena crisi un discorso come il suo vacilla in applicabilità, perdendo aderenza in una contemporaneità in cui il sogno più grande dei giovani è quello di arrivare a fine mese, e quello più assurdo è di trovare lavoro. Nonostante questa concezione edulcorata della realtà il regista dirige bene un’orchestra composta da giovani attori poco conosciuti (eccezion fatta per Chiara Mastalli), comici di rinnovato talento (Maurizio Battista e Marco Marzocca) e amici storici, come Massimo Ceccherini e Giorgio Panariello.

La co-sceneggiatura con Paolo Genovese si fa sentire in un rigore e un’architettura che ricollegano il film agli schemi della commedia italiana classica. Quel tono, a tratti leggero a tratti severo, è evidente quando viene analizzata la sindrome di Peter Pan attraverso una scena emblematica: Arnaldo cerca di sfuggire al conto del ristorante correndo a perdifiato, provando a seminare il cameriere, cosa che ovviamente non gli riesce. Con l’evidente citazione a I laureati, il Pieraccioni classe ’65 esplicita in maniera perfetta il concetto che ogni età ha le sue mode e i suoi comportamenti, e cercare di trattenere con sé atteggiamenti “di altre epoche” fa scivolare inevitabilmente nella sfera del ridicolo.

Nonostante il limite di osservare il mondo attraverso un vetro rosa, il regista-attore cerca di trasmettere un messaggio di speranza: il destino non è scritto con inchiostro indelebile e il futuro si può sempre cambiare. La fantasia che se sei un ventenne nonostante tutto riuscirai a trovare una strada per seguire i tuoi sogni e sbarcare il lunario, e la fiducia che la vita dopo i quaranta non finisce, ma inizia nuovamente arricchita di uno sguardo più schietto e innocente, tipico di un’età che, anche se superata, farà sempre parte di te. E visto che Natale è vicino potremmo farci corrompere dall’ottimismo e abbandonare il cinismo, ma solo fino a Santo Stefano.

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Mi piace
Il pastiche di dialetti che unisce il centro e il sud dell’Italia, tra toscano, romano e siciliano.

Non mi piace
Il buonismo imperante.

Consigliato a chi
Ha voglia di una dose endovena di buoni sentimenti e di veder concretizzate, almeno sullo schermo, le speranze di un futuro migliore.

Voto: 3/5

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