Davide è un aspirante scrittore che non riesce a trovare un editore interessato a pubblicare i suoi racconti. Alla morte del padre si reca a Roma e dopo il funerale incontra una donna misteriosa. La donna gli chiederà di ritrovare un romanzo autobiografico al quale pare stesse lavorando il padre defunto e che ne riscatterebbe la reputazione.
Davide dovrà scegliere se affrontare un percorso che potrebbe ridare dignità a suo padre, un padre che per tutta la vita aveva odiato, forse senza mai averlo conosciuto veramente.
Il film, scritto e diretto da Pupi Avati, si presenta come un dramma familiare incentrato sul difficile rapporto di amore/odio che lega padre e figlio. Un tema così complesso che il regista purtroppo affronta in maniera a dir poco superficiale.
Nessuno dei personaggi principali risulta ben delineato, a partire dal protagonista impersonato da Riccardo Scamarcio. Il passaggio – cruciale – da un profondo risentimento nei confronti del padre alla totale ammirazione, che lo porta addirittura ad immedesimarsi con lui nell’aspetto, avviene alla velocità di un battito d’ali. Un cambio repentino di atteggiamento da risultare tanto irrealistico quanto forzato, liquidato nell’arco di poco più di una scena.
Il ruolo della Capotondi, fidanzata del protagonista – ma con molte riserve – è assolutamente inutile: pare aggiunta a forza in una vicenda nella quale lei non ha alcuna rilevanza.
Un personaggio invece il cui ruolo dovrebbe essere piuttosto importante ai fini della narrazione è quello interpretato da Sharon Stone, una misteriosa editrice, ex-amante del padre del protagonista. L’attrice americana, qui al suo primo ruolo in un film italiano, è ahimè totalmente fuori parte. Sempre con il sorriso stampato sul volto, anche quando la situazione richiederebbe ben altro, non trasmette emozioni ed il suo personaggio rimane un bell’involucro vuoto.
Il film procede lento, piatto, rimanendo sempre sulla superficie delle cose senza mai andare veramente a fondo. La delusione è ancora più cocente se a dirigere il film e a scriverne la sceneggiatura è un regista del calibro di Avati. Purtroppo non basta avere un buon soggetto per realizzare un film di qualità, se viene a mancare tutto il resto. E forse ciò che manca più di ogni altra cosa è quella vena poetica che Avati era uso infondere alle sue pellicole.
Un ragazzo d’oro è privo di poesia, di intimismo nella narrazione, di quella nostalgia struggente che una storia come questa avrebbe potuto senz’altro trasmettere, se solo non fosse stata così didascalica e semplicistica nella messa in scena.

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