Iran, giorni nostri. Nader e Shimin si separano, eppure si amano ancora: hanno ottenuto il visto per andare all’estero ma lui si rifiuta di partire perché non vuole abbandonare il padre malato di Alzheimer mentre lei non vuole rinunciare all’opportunità di dare alla figlia un futuro migliore. Chi ha ragione? Nessuno, o meglio entrambi. Perché come non smette di mostrarci il quinto film del trentanovenne Asghar Farhadi (Orso d’oro a Berlino, ottimi incassi in Francia e in Iran e una distribuzione anche negli Usa), una verità assoluta non esiste. Colpevoli e innocenti si scambiano continuamente i ruoli e il confine tra bene e male è fragile. Come solo il grande cinema sa fare, il regista rende tangibile questa realtà sfaccettata: il risultato è un avvincente dramma psicologico a porte chiuse (c’è una predominanza di scene in interni dove si disputano guerre a base di dialoghi) in cui non ci sono esplosivi colpi di scena ma dove le certezze vengono distrutte scena dopo scena in una sorta di effetto domino che abbatte a catena ogni credo e ogni morale. Dopo About Elly (sorta di rivisitazione de L’Avventura di Antonioni), Asghar Farhadi firma un altro film dalla sceneggiatura di ferro. Una scrittura eccellente soprattutto perché, pur non essendoci alcun accenno esplicito all’attualità iraniana e alla Rivoluzione Verde, il regista è riuscito a comporre un film politico in cui il potere e la giustizia vengono kafkianamente distrutti nella loro assurdità e burocrazia. Inoltre, sebbene il film sia profondamente legato alla società iraniano e questa venga descritta con estremo realismo e cura dei dettagli (vedi la telefonata che la badante fa alla Buoncostume per chiedere se le è permesso di cambiare un uomo malato), lo spettatore occidentale non rimane vittima di un facile esotismo ma viene coinvolto in una riflessione dal respiro più universale.
Ma Una separazione non è solo un film che pone questioni filosofiche, è anche un film riesce che riesce a emozionare. Dallo sguardo commosso di una ragazzina di 12 anni che non riesce a scegliere tra i due genitori, dall’amore ormai lacerato ma ancora pulsante tra un uomo protettivo ma disorientato e una donna moderna che cerca il suo posto in un mondo arcaico, fino al sincero affetto verso il nonno malato, Una separazione è un film di grande tenerezza e malinconia. Ma soprattutto un film che interpella e dà fiducia all’intelligenza dello spettatore. Come già in About Elly, il finale ci lascia assolutamente in impasse: il regista non ci dà una risoluzione degli eventi, ma ci lascia nel dubbio. Perché come dice lui stesso «il mondo oggi ha più bisogno di domande che di risposte».

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Mi piace
La sceneggiatura perfetta dove colpevoli e innocenti si scambiano continuamente i ruoli e il confine tra bene e male è sottilissimo.

Non mi piace
Il film procede con un ritmo a volte dilatato. Ma è anche vero che questi silenzi sono ricchi di emozioni.

Consigliato a chi
A chi vuol scoprire un grande regista iraniano. E a chi ama quei film che pongono domande piuttosto che dare risposte.

Voto: 4/5

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