C’è qualcosa di sicuramente originale nel progetto Venuto al mondo. E parliamo di progetto non a caso. Il film è tratto da un bestseller italiano venduto  bene anche all’estero (al Festival di Toronto, dove il film è stato presentato in prima mondiale, alcune librerie lo sventolavano in vetrina): il regista è Castellitto, l’autrice è sua moglie Margaret Mazzantini, e i due collaborano ormai da tempo sia a teatro che per il cinema.
Inoltre Castellitto interpreta nel film un personaggio il cui figlio (adottivo) è suo figlio anche nella vita (Pietro Castellitto). Si aggiunga che Castellitto torna a lavorare con Penelope Cruz dopo Non ti muovere e si avrà la percezione di un film in cui i legami personali viaggiano su più livelli, quello dei personaggi ma anche quello degli autori e interpreti.

Questo nodo di rapporti, applicato a un melodramma ambientato negli anni e nei luoghi della terribile guerra di Bosnia – e in particolare dell’assedio di Sarajevo – genera una strana miscela di emozioni, una tensione sempre sopra le righe, che da un lato fà il film scoordinato, incerto, spezzettato, anche per eccesso di anni ed eventi da tenere insieme, ma dall’altro lo rende stranamente intenso (in conferenza stampa Castellitto ha detto di aver fatto un film senza scene di raccordo).

La storia è quella di Gemma, una studentessa di lettere che si trova in Jugoslavia per scrivere una tesi post laurea su un poeta di Sarajevo. Siamo nel 1984, anno di Olimpiadi invernali per la città, e Gemma conosce e si innamora di un fotografo americano (Emile Hirsch). La relazione da lì in poi si interrompe e riprende più volte: i due vogliono un figlio, ma Gemma ha un problema di sterilità. Alla fine decidono di “affittare” l’utero di una ragazza che vive nella città in cui si sono conosciuti. Ma la guerra incombe, pronta a compromettere in modo tragico i loro programmi.

Raccontato con passaggi fluidi tra più epoche – il presente, in cui Gemma torna a Sarajevo con il figlio alla ricerca di una verità sepolta, e le molte fasi del suo passato – Venuto al mondo, pur appoggiandosi su intenti nobili e giovandosi di un’incoscienza registica anche corroborante, ha però limiti di confezione troppo evidenti per essere perdonati.
Ci sono i vizi atavici della nostra fiction girata a Roma (una fotografia “smarmellata” di borisiana memoria negli interni ripresi nella capitale, da far venir voglia di scappare dalla sala), scelte registiche in cui l’azzardo diventa suicida (Sarajevo in fiamme con la foto di Curt Cobain in primo piano), e una terribile confusione nel gestire lingue e registri drammatici differenti  (la Cruz è bravissima, ma il suo accento spagnolo è evidente; Hirsch che mastica due parole di romano è inascoltabile). Insomma, cose che funzionano (molte), e che non funzionano (ancora di più) mescolate in un’insalata di drammi storici e privati che sarebbe stato difficile gestire con misura anche per registi ben più esperti di Castellitto.

Un libro francamente ingovernabile, e che infatti il film non governa: Castellitto ci prova, tutti si impegnano allo spasimo, ma il risultato è comunque un pasticcio.

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Il libro era una sfida quasi impossibile, e Castellitto l’ha affrontata, come si dice, “a viso aperto”: l’energia e la passione riversate nel film sono evidenti. La Cruz è bravissima

Non mi piace
Il risultato non è all’altezza delle premesse: un pasticcio di stili, toni, lingue

Consigliato a chi
A chi ama i melodrammi privati che si incrociano con la Storia

Voto: 2/5

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