“Far from the Madding Crowd” versione 2015 è un’elegante ed emozionante rilettura di un classico letterario inglese dell’Ottocento e di una sontuosa versione cinematografica del 1967.

Il regista danese Thomas Vinterberg, autore del film “Festen” e tra i fondatori del manifesto Dogma 95, anche se a prima vista poteva non sembrare la scelta giusta per dirigere un “feuilleton” del genere, si rivela cruciale perché riesce a togliere pesantezza al materiale d’origine, aiutato di certo da una sceneggiatura più snella nel concentrarsi sui passaggi cruciali di trama e ricercando il colore e la bellezza nelle straordinarie immagini naturali.

Bathsheba Everdene è una giovane indipendente dal carattere forte nell’Inghilterra Vittoriana rurale del 1870, a differenza delle altre donne è felice della propria solitudine ed intende mantenerla facendone un vanto di fronte ad una società governata dagli uomini.
Ella vuole costruirsi una vita col proprio duro lavoro e la determinazione che la guida, senza acquisire una rispettabilità di seconda fila attraverso la convenienza del matrimonio, ed infatti rifiuta categoricamente, in maniera autolesionista, la proposta di matrimonio con tanto di dono di un agnello del proprio vicino coetaneo, il mite ed onesto fattore Oak.
In poco tempo i ruoli dei due si capovolgono, quando lui perde tutto a causa di uno scherzo del destino mentre lei eredita una grande fattoria da rendere prospera, senza però rinunciare ad intrecciarsi con dinamiche differenti ma non meno intense.
Mentre Bathsheba si dedica anima e corpo alla gestione della grande proprietà terriera, impiegando Oak come devoto fattore, un ricco gentiluomo scapolo dei dintorni diviene pretendente alla mano della giovane imprenditrice, illuso da uno scherzo innocente quanto incosciente della giovane; messo di fronte all’equivoco, l’uomo non regge emotivamente il seppur educato rifiuto, trasformando la propria infatuazione in ossessione.
Visto che non vi è due senza tre, la corazza di risolutezza della fanciulla finisce con l’infrangersi contro la giubba rossa di un giovane soldato vagabondo, il quale fa sgretolare ogni sua convinzione sull’amore con sfrontata sensualità.

Carey Mulligan guida un cast d’eccezione in questo inglesissimo affresco di passioni represse, l’attrice trentenne torna sullo schermo dopo i successi di “An Education”, “Drive” e “Il Grande Gatsby” ma sembra ulteriormente maturata, dando prova di saper essere il perno attorno a cui ruota la vicenda e risultando credibile nei panni di una donna forte a cui non interessa cosa la gente pensi di lei, non ha bisogno di un uomo e continua a sfidare le convenzioni sociali attraverso il lavoro.
Detto ciò, stiamo comunque parlando di un romanzo d’appendice, in cui è scontato che ad un certo punto il sentimento travolgerà tutto il resto, ma le interpretazioni misurate del cast fanno in modo che nessuna scena risulti mai stucchevole.
La compassionevole fragilità dell’ economicamente stabile e maturo signor Boldwood, interpretato da Michael Sheen, contrapposta alla pericolosa vacuità nascosta dal fascino dell’arrogante soldato a cui presta il volto Tom Sturridge, non possono battere l’importanza della solidità morale e della dedizione spesso immeritata che la figura dell’innamorato Oak ha nella vita della signorina Everdene: l’intenso attore belga Matthias Schoenaerts, visto di recente in “Suite Francese”, è bravissimo a sottolineare la sua ostinata presenza attraverso silenzi e introversione, dimostrando contemporaneamente che “in amore vince chi fugge” e “chi la dura la vince”, vedere per credere.

Del dogma di Vinterberg rimane la ricercatezza delle luci naturali, le atmosfere incantevoli delle ambientazioni tra pascoli verdi disseminati di pecore, rossi tramonti che confondono i cuori e la nebbia nel bosco di primo mattino in cui lo spettatore un po’ si perde, immerso nel romanticismo di una trama di cui apparentemente la sceneggiatura taglia molto e concede alla pellicola un ritmo incalzante che appassiona e non annoia.
Ne esce un film pacato ed emozionante, rispettoso del materiale d’origine e in cui il senso del melodramma non prevale mai sull’autenticità delle interpretazioni e la chimica che si crea tra i personaggi.

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